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Il Copione: il nemico segreto nei Laboratori Teatrali per bambini, ragazzi e principianti

  • Immagine del redattore: Mirko Rizzi
    Mirko Rizzi
  • 13 ott 2024
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 12 ago



Il copione può essere negativo

Quando si parla di laboratori teatrali per principianti, specialmente rivolti a bambini e ragazzi, il copione viene spesso considerato una tappa fondamentale e inevitabile. Si sceglie o si scrive un testo, si distribuiscono le parti, si imparano le battute e infine si prova a metterle in scena.

Dopo quasi trent’anni di esperienza nella conduzione di laboratori teatrali, soprattutto con bambini e ragazzi, sono arrivato alla conclusione opposta: introdotto troppo presto, il copione può diventare uno dei principali ostacoli allo sviluppo della creatività, dell’ascolto e della libertà espressiva.

Il problema non è il copione in sé. Il problema è il momento nel quale viene introdotto e la funzione che gli viene assegnata.

Per un attore esperto, il testo scritto è uno strumento ricco di possibilità da esplorare. Per un principiante, invece, rischia di trasformarsi in una serie di parole da ricordare e ripetere con precisione. L’attenzione si sposta così dal fare teatro al tentativo di non sbagliare le battute.

L’errore di partire dal testo scritto

Ritengo profondamente sbagliata l’idea che, per fare teatro, sia sempre necessario partire da un testo.

Il teatro può nascere da un gesto, da un’emozione, da un’immagine, da un oggetto, da una situazione quotidiana o da una dinamica nata all’interno del gruppo. Può svilupparsi da qualcosa che uno dei partecipanti ha immaginato, da un imprevisto o da un’intuizione che inizialmente nessuno, nemmeno il conduttore, aveva previsto.

Partire subito da un copione rigido rischia di soffocare queste possibilità. I partecipanti vengono catapultati in una prova di memoria e precisione prima di avere imparato ad ascoltare, usare il corpo, abitare lo spazio, costruire relazioni e comprendere che cosa stia realmente accadendo sulla scena.

La loro principale preoccupazione diventa ricordare le parole esatte. Tutto il resto passa in secondo piano.

Il copione si trasforma così da strumento teatrale in gabbia.

«Per questo spettacolo non ho un copione, ho una mappa.»

Marco Baliani, parlandomi del suo spettacolo Tracce

Una mappa indica un percorso, ma non obbliga a compiere ogni passo nello stesso modo. Lascia spazio all’ascolto, alla relazione e a ciò che può accadere nel presente della rappresentazione.

Che cosa deve insegnare un laboratorio teatrale

Il primo obiettivo di un laboratorio teatrale di base non dovrebbe essere l’interpretazione della parola scritta.

Prima di affrontare un testo, i partecipanti devono esplorare le proprie possibilità espressive e acquisire strumenti concreti. Devono lavorare sul corpo, sulla voce, sullo spazio, sulle emozioni, sugli oggetti e soprattutto sulla relazione con gli altri.

Interpretare un testo scritto è un processo complesso. Richiede competenze, consapevolezza e capacità di comprendere ciò che si trova dietro le parole.

La più bella poesia o il più profondo monologo, recitati senza competenza, producono teatro fatto male. Un testo letterario di qualità non garantisce affatto un buon risultato scenico. Al contrario, più il testo è complesso e profondo, maggiori sono le capacità necessarie per interpretarlo.

Applicare meccanicamente ai principianti il procedimento «scelta del testo, divisione delle parti, memorizzazione e messa in scena» è semplicistico e, dal punto di vista pedagogico, dannoso.

Anche perché saper scrivere non significa necessariamente saper scrivere per il teatro.

«I testi teatrali classici dovrebbero essere dei punti di arrivo, non dei punti di partenza.»

Gian Renzo Morteo

All’interno di un percorso formativo, il confronto con un testo scritto dovrebbe arrivare quando i partecipanti possiedono già gli strumenti necessari per comprenderlo e trasformarlo in azione scenica.

Gian Renzo Morteo, nel suo fondamentale saggio Ipotesi sulla nozione di Teatro, distingue il testo scritto dalla scrittura scenica. Lo spettacolo non coincide con le parole stampate sulla pagina: nasce dall’incontro fra attori, spazio, luce, suono, oggetti, ritmo e pubblico.

Il testo può offrire una struttura, ma il teatro si realizza soltanto sulla scena.

La memoria prende il posto dell’ascolto

Quando un principiante deve ricordare esattamente le proprie battute, molto spesso smette di ascoltare davvero ciò che accade.

Mentre il compagno parla, non segue ciò che sta dicendo: ripete mentalmente la frase che dovrà pronunciare subito dopo. La battuta dell’altro diventa soltanto il segnale che indica quando cominciare a parlare.

In questo modo si perde la relazione.

Basta una parola dimenticata, una frase pronunciata diversamente o una piccola variazione perché la scena si blocchi. I partecipanti non possiedono ancora gli strumenti necessari per reagire all’imprevisto e continuare ad agire.

L’errore viene vissuto come un fallimento perché tutto il lavoro è stato costruito sulla riproduzione precisa di parole predeterminate.

Il teatro, invece, richiede ascolto, capacità di adattamento e presenza. Chi sta sulla scena deve comprendere che cosa sta accadendo in quel momento e reagire di conseguenza.

Non tutti, inoltre, possiedono lo stesso rapporto con la parola scritta e con la verbalità. Qualcuno può avere una propensione più naturale a esprimersi attraverso il corpo, il gesto, lo sguardo o il silenzio. Partire sempre dal copione significa privilegiare immediatamente un solo linguaggio e impedire agli altri di emergere.

Creare insieme senza copione

La soluzione alla quale sono arrivato, e che utilizzo ormai da molti anni, consiste nel partire dalla creatività dei partecipanti.

Le storie, le situazioni, i personaggi e le scene vengono costruiti insieme, attraverso improvvisazioni inventate dai partecipanti e successivamente analizzate, corrette e organizzate.

Questo non significa chiedere agli allievi di scrivere liberamente delle scene per poi riassemblarle io in un copione. Sarebbe soltanto un artificio che ci riporterebbe al punto di partenza: parole fissate sulla carta da imparare e riprodurre.

Il lavoro avviene direttamente sulla scena.

I partecipanti ricevono uno stimolo, elaborano una situazione e cercano un modo concreto per rappresentarla. Non basta avere una buona idea: bisogna imparare a trasformarla in azione teatrale, renderla comprensibile e darle una forma efficace.

Questo processo può essere insegnato e allenato anche con bambini molto piccoli. Si comincia da stimoli semplici e si affidano a piccoli gruppi brevi scene da inventare e rappresentare davanti agli altri.

Io concedo pochissimo tempo, a volte meno di cinque minuti.

Non perché tutti producano idee con la stessa rapidità, ma perché la capacità di trovare soluzioni concrete può essere allenata. Il tempo non deve diventare una scusa. Bisogna imparare a impegnarsi al massimo nel tempo disponibile e arrivare comunque a una proposta.

Avere più tempo non garantisce affatto un risultato migliore. Spesso porta soltanto a rimandare le decisioni, discutere inutilmente o complicare un’idea che inizialmente era semplice ed efficace.

Lavorare con un tempo limitato abitua i partecipanti a:

  • collaborare;

  • ascoltare le proposte degli altri;

  • scegliere senza perdersi in discussioni interminabili;

  • integrare idee differenti;

  • trasformare rapidamente un’intuizione in qualcosa di concreto;

  • assumersi la responsabilità di ciò che viene portato in scena.

I gruppi vengono continuamente rimescolati. In questo modo i partecipanti imparano a lavorare con persone diverse, ad accogliere le idee altrui e a non imporre sempre le proprie. Allo stesso tempo, devono imparare a non respingere automaticamente ogni proposta ricevuta.

Sono dinamiche che il conduttore deve osservare e gestire.

Imparare attraverso le prime scene

Le prime scene possono essere brevissime, poco chiare o confuse.

Non importa.

L’obiettivo iniziale non è ottenere immediatamente un risultato perfetto, ma insegnare un processo creativo. Ogni scena permette al conduttore di mostrare che cosa abbia funzionato e che cosa debba essere migliorato.

C’è sempre un elemento dal quale partire: un’idea, un gesto, una relazione, una voce, uno sguardo, un uso interessante dello spazio o la capacità di gestire un imprevisto.

Individuare ciò che funziona non significa sostenere che qualsiasi risultato vada bene. Significa riconoscere il materiale utile e insegnare ai partecipanti come svilupparlo, correggerlo e inserirlo in una costruzione teatrale più solida.

Rappresentando continuamente le proprie scene davanti al gruppo, i partecipanti si abituano inoltre alla presenza del pubblico. Non aspettano il termine del percorso per scoprire che cosa significhi essere guardati: lo sperimentano fin dalle prime lezioni.

Quando inventano direttamente un materiale teatrale, lo comprendono e lo ricordano con una solidità molto diversa rispetto a quella ottenuta imparando parole scritte da altri. Sanno da dove nasce, perché esiste e quale funzione svolge nella scena.

Non stanno eseguendo qualcosa che è stato calato dall’alto. Ne sono responsabili.

Il conduttore conosce la meta, non la strada

In questo percorso il conduttore non è un semplice facilitatore e non rinuncia alle proprie responsabilità.

Il suo compito non consiste nemmeno nel presentarsi con un copione già pronto e con un’idea precisa di come dovrà essere lo spettacolo, cercando poi di condurre i partecipanti verso un risultato deciso in precedenza.

Nei laboratori lo spiego in questo modo:

Io sono come una guida. So dove dobbiamo arrivare, ma ogni volta cambia la strada.

La destinazione è uno spettacolo che funzioni. Questo non significa che io sappia già come sarà.

Quando comincio a lavorare con un gruppo, lascio ai partecipanti la possibilità di stupirmi e sorprendermi. Cambiando le persone, cambiano le idee, le relazioni e quindi il percorso. Io garantisco che arriveremo alla meta, ma non impongo in anticipo la strada che dovremo seguire.

Il conduttore deve ascoltare il gruppo, riconoscere le intuizioni valide, proporre nuovi stimoli e individuare il modo in cui i diversi materiali possono trovare posto nello spettacolo. La collocazione e la valorizzazione di ogni frammento sono una sua responsabilità.

Deve preoccuparsi soprattutto del come, cioè del linguaggio teatrale, senza imporre continuamente il cosa.

Questo richiede competenza, attenzione e capacità di rimanere nel presente. È un lavoro più faticoso rispetto all’esecuzione di un progetto già stabilito, perché obbliga il conduttore a elaborare costantemente ciò che il gruppo produce.

Richiede anche fiducia.

Più volte alcune scelte dei partecipanti, che inizialmente mi lasciavano perplesso, si sono rivelate brillanti. Probabilmente hanno acquistato forza proprio perché il gruppo ha riconosciuto la fiducia che avevo deciso di concedergli.

L’assenza del copione non significa assenza di rigore

Lavorare senza un copione prestabilito non significa lasciare che ciascuno faccia ciò che vuole.

L’improvvisazione non è approssimazione e la spontaneità, da sola, non basta. Ogni proposta deve essere osservata, verificata, ripetuta e resa consapevole.

I partecipanti devono imparare a capire perché una scena funzioni oppure no, che cosa arrivi al pubblico, quale relazione si stia costruendo e quale emozione si voglia produrre.

Il lavoro può essere molto rigoroso, anche senza una pagina scritta da seguire. La struttura nasce progressivamente dalle scelte compiute sulla scena e dalla consapevolezza acquisita durante il percorso.

Soltanto in seguito, quando i partecipanti possiedono strumenti più solidi e si sono innamorati del teatro, può nascere spontaneamente il desiderio di esplorare altri territori: tecniche, stili, autori e testi già scritti.

A quel punto il copione non è più una gabbia. Può diventare un alleato.

Conclusione

Il teatro non deve essere una gara di memoria né una lotta contro parole che si ha paura di dimenticare.

Un laboratorio teatrale deve offrire la possibilità di creare, sbagliare, osservare, correggere e riprovare. Deve allenare l’ascolto, la consapevolezza, la relazione e la capacità di trasformare un’intuizione in qualcosa di concreto.

Partire senza copione restituisce ai partecipanti la responsabilità del processo creativo. Non li trasforma negli esecutori di un progetto pensato da qualcun altro, ma nei protagonisti del percorso.

La vera sfida non consiste nel ricordare una battuta. Consiste nel comprendere che cosa stia accadendo sulla scena, agire consapevolmente e comunicare con gli altri e con il pubblico.

Solo dopo avere imparato tutto questo, le parole scritte da qualcun altro possono essere davvero interpretate.

Prima viene il teatro.

Poi, se serve, arriva il copione.


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