La regola del passo indietro
- Mirko Rizzi

- 17 ago 2018
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 13 ago

Una delle lezioni più importanti che ho ricevuto dal mio amico e maestro Corrado sulla conduzione dei laboratori teatrali per bambini e ragazzi è arrivata al termine di uno spettacolo di fine laboratorio.
A me la definizione “saggio” non è mai piaciuta; anzi, proprio non la capisco.
Per me, come per molti altri colleghi, maggio e l’inizio di giugno rappresentano il periodo più intenso dell’anno.
Quasi sempre i laboratori si concludono con uno spettacolo pubblico e, nonostante per me questo non sia altro che l’ultima lezione del laboratorio — mai il suo scopo —, le giornate diventano un rincorrersi di prove, preparazione di musiche, rassicurazioni alle maestre, ceste di materiali che salgono e scendono freneticamente dall’auto, paura di avere dimenticato qualcosa.
Quando ero agli inizi — ormai molti anni fa, ahimè — seguivo un decimo dei laboratori che seguo oggi, ma lo stress era forse maggiore.
Si chiama “mancanza di esperienza”.
Ho avuto colleghe che hanno smesso di condurre laboratori proprio a causa dello stress provocato dai “saggi”.
Per quanto tu possa prepararti, quando lo spettacolo comincia non puoi più fare quasi niente.
La lezione di cui parlavo all’inizio arrivò proprio alla fine di uno spettacolo così: applausi, ragazzi contenti, genitori contenti, insegnanti contente, io dimagrito.
Corrado mi aveva portato in quella scuola, dove già lavorava, cedendomi un paio di classi. La stagione precedente avevo seguito i suoi laboratori e avevamo condotto insieme alcune lezioni; ora mi mandava da solo, sempre pronto a consigliarmi.
Erano tra le prime classi che seguivo autonomamente.
Alla fine, il suo parere mi interessava più di qualunque altra cosa e puntualmente arrivò:
“Bello”, mi disse. “Ci hai messo dentro un sacco di cose… ma i ragazzi dove sono?”
SBAM.
Una sportellata in faccia.
Quanto aveva ragione.
Perché, facendo questo lavoro, si corre un rischio altissimo: trasformare il LORO spettacolo nel PROPRIO spettacolo.
Mettere al centro le proprie idee, il proprio teatro, e trasformare i ragazzi in burattini inconsapevoli.
Io non so se sia l’ego o la paura; forse è soltanto mancanza di fiducia.
Ma oggi so con certezza che il mio lavoro non si vede nei tecnicismi o nella regia. Non si vede nelle coreografie articolate, nelle luci fantascientifiche o nei testi così elaborati da lasciare soltanto un’ombra delle parole vive dei ragazzi.
Il mio lavoro si vede negli occhi dei bambini e dei ragazzi che sul palco sono vivi: vivono quello che fanno e quello che dicono, non ripetono, non sono terrorizzati dalle parole messe loro in bocca, non si esibiscono.
So che bisogna stare un passo indietro ed evitare tutto ciò che possa mettere in ombra i bambini e i ragazzi.
Perché non devo affermare me stesso.
Perché lo spettacolo sono loro.




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