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Teatro: non basta la parola

  • Immagine del redattore: Mirko Rizzi
    Mirko Rizzi
  • 22 ott 2024
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 12 ago



mano che scrive

Capita spesso di pensare che, per fare teatro, sia sufficiente prendere un bel testo e leggerlo bene ad alta voce. Non è così.

Questo non significa che la letteratura non possa diventare teatro o che una lettura non possa trasformarsi in uno spettacolo. Significa che la qualità delle parole, da sola, non basta. A teatro la parola deve agire: convincere, trattenere, ferire, rassicurare, ingannare, provocare, ottenere qualcosa.

Aristotele definiva la tragedia «imitazione di un’azione». Non parlava soltanto di movimento, ma di esseri umani che perseguono uno scopo e, nel farlo, modificano le relazioni e il corso degli eventi.

La parola diventa teatrale quando non si limita a raccontare un’azione, ma ne diventa parte.

Che cosa significa agire

L’azione teatrale non coincide necessariamente con il movimento. Un attore può muoversi continuamente senza compiere alcuna vera azione; al contrario, può rimanere immobile e agire attraverso una parola, un silenzio o uno sguardo.

Agire significa tentare di produrre un cambiamento.

Una frase semplicissima come «Resta» può essere una preghiera, un ordine, una minaccia, un modo per prendere tempo o una richiesta d’amore. La parola non cambia, ma cambia ciò che il personaggio vuole ottenere pronunciandola.

Se l’attore si preoccupa soltanto di dire bene la battuta, con una bella voce e la giusta espressione, sta eseguendo un testo. Comincia realmente ad agire quando sa perché pronuncia quelle parole, a chi le rivolge, che cosa desidera e che cosa rischia di perdere.

La teatralità non risiede quindi soltanto nella frase, ma nella relazione che quella frase costruisce e nelle conseguenze che produce.

Scrivere per la pagina e scrivere per la scena

Letteratura e drammaturgia condividono lo stesso strumento: la parola. Producono però esperienze diverse.

Il lettore può fermarsi, tornare indietro, rileggere una frase e decidere quanto tempo dedicare a una pagina. Può soffermarsi su un passaggio difficile oppure attraversare rapidamente una parte che ritiene meno importante.

A teatro, invece, attori e spettatori attraversano la rappresentazione nel tempo stabilito dalla scena. Il pubblico non può mettere in pausa una battuta, ripetere un’azione o tornare indietro per recuperare un passaggio appena trascorso.

Scrivere per il palcoscenico richiede quindi una particolare attenzione alla chiarezza, al ritmo e al momento nel quale ogni informazione viene affidata allo spettatore.

Occorre domandarsi:

  • Chi sta parlando?

  • A chi si rivolge?

  • Perché parla proprio in quel momento?

  • Che cosa vuole ottenere?

  • Che cosa cambia dopo le sue parole?

Non è necessario che tutte le risposte vengano dichiarate esplicitamente, ma devono esistere nella costruzione della scena.

La differenza non consiste nel dire che la letteratura racconta mentre il teatro mostra. Entrambe possono raccontare e mostrare. Nel teatro, però, ogni parola passa attraverso la presenza concreta dell’attore e attraverso l’incontro diretto con gli altri attori e con il pubblico.

La trappola della bella parola

Un testo può essere poetico, profondo e perfettamente scritto, ma rimanere teatralmente inerte se gli attori si limitano a esibirne la bellezza.

Al contrario, una frase quotidiana può diventare potentissima quando modifica una relazione.

«Va tutto bene» può servire a rassicurare qualcuno, a chiudere una discussione, a nascondere la paura o a impedire che vengano poste altre domande. Il significato teatrale della frase dipende dall’azione che il personaggio sta cercando di compiere.

Il testo non è un involucro vuoto che l’attore deve riempire, ma non è neppure uno spettacolo già concluso. È una partitura che contiene possibilità: relazioni, conflitti, desideri, ostacoli e trasformazioni.

Leggere le note di una partitura non equivale ancora a fare musica. Allo stesso modo, pronunciare correttamente le battute non significa necessariamente fare teatro.

La presenza del pubblico

La parola teatrale viene pronunciata davanti a persone presenti nello stesso luogo. Il pubblico ascolta, osserva, reagisce. Può ridere, trattenere il respiro, distrarsi, commuoversi o irrigidirsi. Queste reazioni entrano nel ritmo della rappresentazione e influenzano il lavoro degli attori.

Lo spettatore non cerca soltanto informazioni. Vuole vivere un’esperienza ed essere emotivamente coinvolto in ciò che sta accadendo.

Questo non significa che ogni cosa debba essere spiegata. Significa che lo spettatore deve poter seguire l’azione, comprendere ciò che è in gioco e riconoscere il valore di ciò che sta accadendo.

Una parola bellissima, collocata nel momento sbagliato, può interrompere il ritmo o confondere il pubblico. Una frase semplicissima, pronunciata nel momento necessario, può diventare indimenticabile.

La parola attraversa il corpo

A teatro la parola non può essere separata dal corpo che la pronuncia.

Il corpo può confermare ciò che viene detto, contraddirlo o rivelare qualcosa che il personaggio vorrebbe nascondere. Un attore può dire «Sto bene» mentre il respiro, la postura e lo sguardo raccontano esattamente il contrario.

L’emozione, però, non deve essere aggiunta alla scena attraverso un repertorio di gesti e di espressioni convenzionali. Deve essere cercata.

L’attore deve domandarsi quale emozione sia necessaria in quel momento, riconoscerla dentro di sé e imparare a rievocarla consapevolmente ogni volta che la scena lo richiede. Non può limitarsi ad aspettare che arrivi spontaneamente, perché senza ricerca e consapevolezza non sarebbe in grado di ricostruirla.

Il corpo, la voce, il respiro e il ritmo rendono percepibile questo lavoro interiore. Non traducono meccanicamente l’emozione in gesti: le danno una forma teatrale.

Anche il silenzio e l’immobilità possono diventare azione, se nascono da una necessità precisa e modificano ciò che accade fra i personaggi.

La concretezza della scena non coincide con il realismo

Il teatro è concreto perché utilizza corpi, oggetti, spazio, luce, suoni e relazioni realmente presenti davanti al pubblico. Questo non significa che debba rappresentare ogni cosa in modo realistico.

Una sedia può diventare un trono, una barca, un rifugio o un ostacolo. Un cambiamento di luce può trasformare lo spazio. Il corpo di un attore può rendere presente qualcosa che materialmente non esiste sulla scena.

La parola può evocare luoghi lontani, persone assenti ed eventi impossibili da rappresentare realisticamente. Perché l’evocazione funzioni, però, deve trovare un sostegno concreto nell’azione, nel corpo, nello spazio o nelle convenzioni costruite dallo spettacolo.

Non occorre mostrare tutto. Occorre fare in modo che ciò che viene evocato acquisti una presenza riconoscibile per lo spettatore.

Quando la letteratura diventa teatro

Un romanzo, una poesia o un racconto possono diventare materiali teatrali. La trasformazione, però, non avviene semplicemente pronunciando il testo con maggiore enfasi.

Bisogna compiere precise scelte drammaturgiche:

  • Chi pronuncia quelle parole?

  • A chi sono rivolte?

  • Perché vengono dette proprio in quel momento?

  • Quali parti possono trasformarsi in azione?

  • Che cosa viene affidato al corpo, allo spazio, alle immagini o al silenzio?

  • Quale relazione viene costruita con il pubblico?

Anche una lettura ad alta voce può diventare teatro, ma soltanto quando chi legge agisce attraverso le parole e costruisce una relazione viva con chi ascolta.

La differenza non dipende dal testo di partenza. Dipende da ciò che accade nel momento dell’incontro fra parola, attore e spettatore.

La parola deve far accadere qualcosa

Dire che a teatro non basta la parola non significa sminuirne l’importanza. Al contrario, significa riconoscerne pienamente la forza.

Una parola teatrale possiede una direzione, un destinatario e uno scopo. Nasce da un corpo, incontra altri corpi e raggiunge il pubblico nel tempo condiviso della rappresentazione.

Il testo scritto contiene possibilità teatrali. Lo spettacolo comincia quando quelle possibilità diventano azioni.

La parola non deve limitarsi a descrivere ciò che accade.

Deve farlo accadere.

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