top of page

Laboratori Teatrali e COVID-19: perché sì, si possono fare

  • Immagine del redattore: Mirko Rizzi
    Mirko Rizzi
  • 14 mag 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 12 ago

Partecipanti distanziati durante un laboratorio teatrale nel periodo del COVID-19.
Partecipanti distanziati durante un laboratorio teatrale nel periodo del COVID-19.

Nota di contestualizzazione

Questo articolo è stato scritto il 14 maggio 2020, durante la prima fase dell’emergenza COVID-19. Rispondeva alla domanda, allora molto concreta, se sarebbe stato possibile riprendere i laboratori teatrali nelle scuole rispettando le necessarie condizioni di sicurezza.

Le disposizioni alle quali il testo faceva riferimento appartengono a quel periodo e non devono essere considerate indicazioni sanitarie attuali. Conservo l’articolo perché la riflessione pedagogica dalla quale nasce mantiene il proprio valore: il teatro può trasformare un limite in materiale creativo.

Si poteva continuare a fare teatro?

Nel maggio del 2020 alcuni insegnanti mi chiedevano, comprensibilmente pieni di dubbi, se sarebbe stato possibile riprendere l’attività teatrale nelle scuole con bambini e ragazzi.

La mia risposta era semplice: sì, si poteva fare.

Non intendevo sostenere che fosse possibile continuare esattamente come prima o ignorare le condizioni imposte dall’emergenza. Sostenevo che un laboratorio teatrale potesse essere ripensato senza perdere la propria funzione educativa.

Per il tipo di lavoro del quale parlo, gli elementi realmente indispensabili erano la presenza dei partecipanti e uno spazio adeguato. Tutto il resto poteva essere riorganizzato.

Il limite come regola del gioco

I laboratori teatrali di base permettono ai partecipanti di esplorare differenti percorsi espressivi attraverso il corpo, la voce, lo spazio, gli oggetti, le relazioni e la trasformazione concreta del pensiero creativo.

Le possibilità sono vastissime.

Molti giochi ed esercizi teatrali funzionano proprio perché pongono dei limiti. Si stabiliscono regole precise, dei «paletti» che obbligano i partecipanti a non affidarsi alla prima soluzione e a esplorare più profondamente le possibilità rimaste a disposizione.

I limiti possono riguardare lo spazio, il movimento, la relazione, l’uso della voce o degli oggetti. Possono impedire di parlare, di muoversi liberamente, di avvicinarsi agli altri oppure di utilizzare una determinata modalità espressiva.

Il limite non elimina necessariamente la creatività. Spesso la costringe a trovare strade nuove.

Durante l’emergenza, la differenza era che alcune regole non venivano stabilite dal conduttore per ragioni pedagogiche, ma erano imposte dalla situazione esterna. Dal punto di vista del lavoro teatrale, tuttavia, potevano essere affrontate nello stesso modo: riconosciute, rispettate e trasformate in condizioni della ricerca.

Un laboratorio deve sapersi adattare

Un laboratorio ben condotto non è una sequenza rigida di esercizi preparata in anticipo e applicata nello stesso modo a qualsiasi gruppo.

Deve adattarsi alle persone, allo spazio, al tempo disponibile e alle condizioni nelle quali si svolge. I partecipanti sono spesso perfetti sconosciuti all’inizio del percorso: il conduttore deve osservarli, ascoltarli e modificare continuamente il proprio lavoro in base alle loro risposte.

Per questo ero convinto che un professionista competente potesse progettare un percorso rispettando le limitazioni imposte dalla situazione.

Non si trattava soltanto di sopportare quei limiti, ma di ribaltarli, come il teatro ha sempre fatto, trasformandoli in punti di partenza per la sperimentazione.

Se non ci si poteva avvicinare, si poteva lavorare sulla distanza.

Se lo spazio personale doveva essere maggiormente delimitato, si poteva esplorare ciò che un corpo riesce a comunicare senza spostarsi.

Se alcune forme di relazione non erano possibili, se ne potevano cercare altre.

Il laboratorio avrebbe assunto una forma diversa, ma avrebbe continuato a essere teatro.

Ritrovare la relazione

In quel periodo era già evidente quanto l’emergenza avesse ridotto le occasioni di relazione, soprattutto per bambini e ragazzi.

Il laboratorio teatrale non poteva cancellare ciò che era accaduto, ma poteva offrire uno spazio nel quale tornare a incontrarsi, esprimersi e riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri.

Dopo mesi nei quali la presenza fisica era stata limitata o impossibile, ritrovarsi nello stesso spazio aveva un valore particolare. Non era necessario forzare i partecipanti a raccontare direttamente ciò che avevano vissuto. Il teatro poteva permettere loro di rielaborarlo attraverso il gioco, le immagini, il corpo, la voce e le relazioni costruite sulla scena.

Proprio per questo consideravo il laboratorio teatrale un sostegno importante alla ripresa scolastica: non come attività accessoria, ma come luogo nel quale ricostruire gradualmente presenza, fiducia e consapevolezza espressiva.

Le regole della sicurezza diventano regole del gioco

Perché tutto questo fosse possibile, era naturalmente necessario conoscere con chiarezza le condizioni della ripresa e rispettarle.

La mia affermazione non era: «Possiamo continuare a fare tutto come prima».

Era: «Possiamo continuare a fare teatro anche se dobbiamo farlo diversamente».

Una volta stabilite le regole necessarie, il compito del conduttore era trasformarle in regole del gioco. Non aggirarle, minimizzarle o subirle passivamente, ma costruire attività che potessero esistere pienamente al loro interno.

È questa la riflessione che, al di là dell’emergenza nella quale nacque, rimane ancora valida.

Un buon conduttore non applica una lezione immutabile. Osserva la realtà, riconosce i limiti presenti e cerca il modo di trasformarli in possibilità creative.

Il teatro comincia spesso proprio da lì.

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page