L'enigma della curiosità nel mondo moderno: Il Teatro come risveglio
- Mirko Rizzi

- 9 lug 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 12 ago

Viviamo circondati da informazioni e risposte immediate. Bastano pochi secondi per trovare una risposta a quasi qualsiasi domanda. Ma avere molte risposte a disposizione non significa essere curiosi.
Nel lavoro con i ragazzi lo vedo spesso: si muovono con rapidità tra video, messaggi e contenuti, ma possono trovarsi in difficoltà quando una domanda non offre subito una soluzione. Sono immersi in un ambiente che suggerisce che cosa guardare, anticipa il desiderio e riduce il tempo dell’attesa.
Mi riferisco soprattutto ai ragazzi, con cui lavoro più frequentemente, ma questa difficoltà non appartiene soltanto a loro. Riguarda tutti noi.
La curiosità nasce da una mancanza: qualcosa che non sappiamo, non comprendiamo o non sappiamo ancora esprimere. Se ogni vuoto viene subito riempito da uno stimolo esterno, diventa più difficile fermarsi e domandarsi: «Che cosa voglio sapere? Che cosa mi interessa davvero? Che cosa sto cercando?».
L’immediatezza di internet può abituarci a consumare contenuti più che a interrogarli. Anche la ricerca dell’approvazione altrui rischia di prendere il posto della scoperta di sé.
È difficile capire che cosa possa renderci felici se non sappiamo riconoscere ciò che desideriamo.
Il palcoscenico: un laboratorio di domande
Il laboratorio teatrale interrompe questo meccanismo. Propone un compito, ma non consegna una risposta già pronta. Mette il partecipante davanti a uno spazio, un oggetto, una relazione o una situazione incompleta e gli chiede di agire.
Ogni scena nasce da alcune domande. Chi è questo personaggio? Che cosa vuole? Che cosa nasconde? Che cosa gli impedisce di ottenere ciò che desidera? Come reagisce quando l’altro compie un’azione inattesa?
Anche l’improvvisazione comincia da un’incertezza: nessuno sa esattamente che cosa accadrà. Bisogna osservare, ascoltare, scegliere e accettare che la propria proposta venga trasformata dall’azione degli altri.
Mentre cerca queste risposte, il partecipante incontra inevitabilmente anche sé stesso: le proprie abitudini, le resistenze, le paure, i desideri e i modi con cui entra in relazione.
Non si tratta di trasformare il laboratorio in un’analisi psicologica. Si tratta di riconoscere ciò che accade dentro di sé e usarlo per scegliere un’azione, dare forma a una voce, costruire una presenza e una relazione scenica.
Sul palcoscenico non basta scegliere tra opzioni già preparate. Bisogna prendere posizione e costruire qualcosa.
Il compito del conduttore: non dare tutte le risposte
Gli allievi non sono semplici esecutori.
Dirigerli in ogni dettaglio può produrre una scena ordinata, forse anche piacevole da guardare. Ma se si limitano a riprodurre le indicazioni ricevute, stanno imparando a eseguire, non a costruire.
Un allievo può compiere correttamente un’azione e ottenere un risultato apparente. Ma se non comprende che cosa sta facendo, che cosa vuole comunicare e quale relazione sta costruendo con gli altri, il lavoro rimane esteriore.
Per questo la competenza del conduttore è essenziale. Non basta possedere un repertorio di esercizi. Bisogna sapere perché proporne uno, a chi, in quale momento e con quale obiettivo.
Lo stesso esercizio può aprire una strada oppure non produrre nulla. Il conduttore deve osservare la risposta del gruppo, riconoscere ciò che sta accadendo e modificare il percorso quando serve.
Deve anche saper formulare domande precise: «Dove stai andando?», «Che cosa vuoi ottenere?», «A chi stai parlando?», «Che cosa è cambiato dopo l’azione dell’altro?».
Il suo compito non è ottenere la risposta che ha già in mente, ma creare le condizioni perché l’allievo possa trovarne una propria e verificarla concretamente nella scena.
Quattro pratiche teatrali che allenano la curiosità
La domanda «E se…?». Che cosa accadrebbe se questa sedia diventasse una barca? Se il personaggio nascondesse qualcosa? Se la scena si svolgesse senza parole? La domanda apre possibilità e costringe ad abbandonare la prima soluzione disponibile.
Ascoltare e osservare. A teatro bisogna accorgersi di un respiro, di una pausa, di un cambiamento della postura o della distanza tra due persone. L’attenzione ai dettagli permette di vedere ciò che una lettura rapida della situazione lascia nascosto.
Costruire personaggi e mondi. Per dare vita a un personaggio credibile non basta inventargli un nome. Bisogna chiedersi che cosa desidera, che cosa teme, da dove viene e quali relazioni lo hanno formato. Non basta immaginare: bisogna indagare.
Creare con mezzi semplici. Un foglio di carta, un palloncino o una sedia possono sostenere un lungo percorso di lavoro e persino un intero spettacolo. Quando smettiamo di usare un oggetto soltanto nel modo abituale, siamo costretti a trasformarlo. Pochi elementi obbligano a cercare idee, invece di affidarsi a effetti già pronti.
Queste pratiche allenano l’abitudine a formulare domande, a tollerare il fatto di non sapere immediatamente e a cercare più di una strada.
Un atteggiamento del genere non rimane confinato al palcoscenico. Chi impara a indagare un’azione, una relazione o un personaggio acquisisce strumenti utili anche per interrogare i messaggi, le immagini e i modelli che incontra ogni giorno.
La curiosità non consiste nel sapere molte cose. Nasce quando ci accorgiamo che qualcosa ci manca e decidiamo di cercarlo.
In un mondo che offre risposte prima ancora che abbiamo formulato le domande, il teatro restituisce tempo e spazio alla ricerca.
Non dice ai ragazzi che cosa devono desiderare. Li mette nelle condizioni di scoprirlo.




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