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La perdita del senso della fine: una riflessione pedagogica teatrale

Immagine del redattore: Mirko Rizzi
Mirko Rizzi
20 gen 2025
Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 10 set



Osservando i ragazzi nei laboratori teatrali, ho notato un fenomeno sempre più evidente: molti di loro faticano a costruire un finale nelle narrazioni che sviluppano. Sanno trovare un inizio, inventare situazioni, aggiungere personaggi e colpi di scena; quando però devono concludere, spesso introducono un nuovo avvenimento. La storia non finisce: a un certo punto si interrompe.

Nella mia esperienza, questa difficoltà è particolarmente evidente nei giovani delle scuole superiori. La osservo in misura minore nelle scuole medie, mentre nei bambini ne colgo soltanto qualche accenno. La progressione è così ricorrente nel mio lavoro da non sembrarmi casuale.

Non credo che esista un’unica causa, ma sono convinto che vi sia una relazione con il modo sempre più frammentato in cui vengono fruite le storie. Crescendo aumenta l’esposizione a narrazioni interrotte, moltiplicate o potenzialmente infinite e, parallelamente, mi sembra indebolirsi l’abitudine a portare una storia fino a una conclusione.

Cerchi aperti e finestre sospese

Un’immagine che mi è venuta in mente lavorando con i ragazzi è quella del cerchio.

Una storia ha un inizio, uno sviluppo e una fine. Non necessariamente in quest’ordine e non necessariamente con una conclusione rassicurante, ma possiede comunque una forma che permette di riconoscerla come un insieme.

Quando questa forma manca, ho l’impressione di trovarmi davanti a un cerchio che continua a rimanere aperto.

Un’altra immagine è quella delle finestre lasciate aperte. Da ciascuna entrano altre storie, immagini, suggestioni. Una nuova finestra si apre prima che la precedente sia stata chiusa.

Non penso che questo significhi automaticamente dimenticare ciò che si è visto o perdere la capacità di raccontare. Nel lavoro teatrale, però, osservo spesso una maggiore difficoltà a stabilire rapporti di causa ed effetto, a ricordare una narrazione come percorso unitario e soprattutto a scegliere quando qualcosa può considerarsi concluso.

Dieci minuti alla volta

Mi sono accorto di questa tendenza anche fuori dai laboratori teatrali.

In varie occasioni ho consigliato ai ragazzi delle scuole superiori alcuni film che considero importanti. I loro giudizi erano spesso appena sufficienti e inizialmente mi sono chiesto se fossi semplicemente distante dai loro gusti.

Poi ho fatto una domanda molto semplice: come li avevano guardati?

Ho scoperto che alcuni vedevano un film in sessioni di circa dieci minuti: un pezzo in metropolitana, un altro sull’autobus, un altro ancora il giorno successivo.

Naturalmente un film continua a essere lo stesso film anche se viene visto a pezzi. Quello che cambia è l’esperienza della visione.

Il percorso emotivo costruito da ritmo, attese, silenzi, accumulo e trasformazioni viene continuamente interrotto. Ogni volta bisogna rientrare nella storia, ricostruire ciò che è accaduto, recuperare il tono e l’attenzione.

Non credo sia sorprendente che un’opera pensata per essere attraversata in continuità possa produrre un’esperienza diversa quando viene consumata in frammenti di pochi minuti.

Raccontare significa costruire un senso

Jerome Bruner ha dedicato una parte importante del proprio lavoro al pensiero narrativo, considerandolo una delle modalità attraverso cui organizziamo l’esperienza e attribuiamo significato a ciò che accade.

Questo non significa che una storia completa produca automaticamente memoria, empatia o identità, né che una narrazione frammentata provochi il contrario.

Mi interessa un punto più semplice: raccontare obbliga a scegliere relazioni.

Che cosa viene prima? Che cosa viene dopo? Che cosa produce una conseguenza? Che cosa è importante conservare? Dove comincia una storia? E soprattutto: dove finisce?

Costruire una narrazione significa prendere una quantità potenzialmente infinita di avvenimenti e decidere che alcuni appartengono a quella storia e altri no.

Il finale è quindi anche una scelta.

La frammentazione non è il problema

Sarebbe troppo semplice attribuire il problema alle serie televisive, ai videogiochi, ai social network o più genericamente al digitale.

La frammentazione non è necessariamente una forma narrativa povera.

Una serie può costruire un universo narrativo estremamente complesso attraverso decine di episodi. Un videogioco può prevedere percorsi e finali differenti. Un fumetto seriale può mantenere per decenni una relazione sofisticata tra ripetizione e variazione.

Giovanni Boccia Artieri, analizzando la lunga serialità di Diabolik, mostra proprio quanto la serialità possa costruire complessità attraverso il rapporto fra ridondanza e varietà.

Anche il finale aperto non è una storia senza finale.

L’avventura di Michelangelo Antonioni o Inception di Christopher Nolan non smettono semplicemente di raccontare. Arrivano a un punto preciso e affidano allo spettatore una parte del lavoro.

Un finale aperto è ancora un finale: qualcuno ha scelto dove interrompere il racconto e che cosa lasciare sospeso.

Il problema che osservo è diverso: non l’apertura, ma la difficoltà a scegliere una conclusione.

Quello che osservo nei laboratori

Quando questa difficoltà compare, tende a manifestarsi in modi ricorrenti.

I rapporti di causa ed effetto diventano più deboli.Un avvenimento segue il precedente perché serve a continuare la storia, non necessariamente perché ne sia una conseguenza.

La memoria narrativa diventa più fragile.I ragazzi ricordano singoli momenti, personaggi o immagini, ma faticano maggiormente a ricostruire il percorso complessivo che li collega.

L’immaginazione si disperde.Non manca la capacità di inventare. Spesso accade il contrario: continuano ad aggiungere idee. La difficoltà consiste nel selezionarle e organizzarle.

La costruzione condivisa diventa più complessa.In un’improvvisazione collettiva ogni nuova proposta dovrebbe anche tenere conto di ciò che gli altri hanno già costruito. Aggiungere continuamente elementi può impedire alla storia di trovare una direzione comune.

La conclusione crea disagio.Quando chiedo semplicemente «Come finisce?», non raramente la risposta è un altro avvenimento. Poi un altro ancora.

Non considero queste osservazioni una dimostrazione scientifica. Sono dati del mio lavoro quotidiano, ripetuti abbastanza spesso da meritare attenzione.

Che cosa possiamo dire del contesto digitale

La ricerca sull’uso dei social media da parte di bambini e adolescenti descrive un quadro molto più complesso di una semplice contrapposizione tra digitale buono e digitale cattivo.

Lo studio commissionato dal Parlamento europeo e coordinato da Brian O’Neill nel 2023 sottolinea sia i possibili rischi dell’uso problematico dei social media sia i benefici della connessione digitale, evidenziando l’importanza dell’alfabetizzazione mediatica e del contesto educativo.

Non dimostra che i social network facciano perdere ai ragazzi il senso del finale, e sarebbe scorretto usarlo per sostenere questa conclusione.

Ci ricorda però qualcosa di importante: il modo in cui utilizziamo i media conta almeno quanto il mezzo utilizzato.

Per questo la domanda che mi interessa non è: «Quanto digitale usano i ragazzi?».

È piuttosto: che tipo di esperienza fanno delle storie?

Le attraversano? Le ricostruiscono? Ne discutono? Tornano indietro? Le collegano? Scelgono? Oppure passano continuamente alla successiva?

Il laboratorio teatrale come allenamento alla conclusione

Il teatro offre un terreno particolarmente interessante perché obbliga a trasformare l’immaginazione in una forma.

Una scena deve cominciare da qualche parte e, prima o poi, deve finire.

Nel laboratorio utilizzo diverse possibilità.

Completare storie.Propongo situazioni aperte chiedendo ai ragazzi di costruire una conclusione senza introdurre continuamente nuovi elementi.

Lavorare sui rapporti di causa ed effetto.Ogni avvenimento deve nascere, per quanto possibile, da qualcosa che è già accaduto.

Costruire finali differenti.La stessa storia può avere conclusioni comiche, tragiche, assurde, sospese. Questo permette di comprendere che il finale non è una soluzione obbligata, ma una scelta narrativa.

Osservare i finali.Film, romanzi, spettacoli e serie permettono di chiedersi non soltanto se un finale piaccia, ma perché l’autore abbia deciso di fermarsi proprio lì.

Imparare a eliminare.Inventare significa anche scegliere che cosa non utilizzare. Una storia non migliora necessariamente aggiungendo nuovi avvenimenti.

Costruire insieme.Nel teatro di gruppo la conclusione deve appartenere alla storia che tutti hanno contribuito a creare, non soltanto all’ultima idea proposta da qualcuno.

Il teatro, in questo senso, educa a una cosa molto concreta: dare una forma temporanea all’infinito delle possibilità.

Recuperare il senso della fine

Non credo che il compito degli educatori sia difendere nostalgicamente le vecchie forme narrative né insegnare ai ragazzi che esiste un solo modo corretto di raccontare.

Le narrazioni cambiano e sono sempre cambiate.

Possiamo però continuare ad allenare la capacità di attraversarle consapevolmente.

Aprire una finestra è importante.

Sapere che possiamo chiuderla lo è altrettanto.

Nel laboratorio teatrale, chiedere a un ragazzo di trovare un finale non significa insegnargli che tutto nella vita deve avere una conclusione ordinata. Significa chiedergli di osservare ciò che ha costruito e assumersi la responsabilità di una scelta.

Che cosa voglio lasciare allo spettatore?

Qual è l’ultima immagine?

Qual è l’ultima parola?

Che cosa deve restare quando la scena è finita?

Una storia non finisce quando non abbiamo più niente da aggiungere.

Finisce quando abbiamo scelto che cosa deve lasciare dietro di sé.

Riferimenti

Bruner, J. (1990). Acts of Meaning. Harvard University Press.

O’Neill, B. (2023). The Influence of Social Media on the Development of Children and Young People. European Parliament, PE 733.109.

Boccia Artieri, G. (2023). Tutto ha una fine? Diabolik & Eva Kant: la serialità a fumetti tra ridondanza e varietà. Mediascapes Journal, 21(1), 12–31.

Antonioni, M. (1960). L’avventura.

Nolan, C. (2010). Inception.

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