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La perdita del senso della fine: una riflessione pedagogica teatrale

  • Immagine del redattore: Mirko Rizzi
    Mirko Rizzi
  • 20 gen 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 12 ago



Osservando i ragazzi nei laboratori teatrali, ho notato un fenomeno sempre più evidente: molti di loro faticano a costruire un finale nelle narrazioni che sviluppano.

Sanno trovare un inizio, inventare situazioni, aggiungere personaggi e colpi di scena; quando però devono concludere, spesso introducono un nuovo avvenimento.

La storia non finisce: a un certo punto si interrompe.

Nella mia esperienza, questa difficoltà è particolarmente evidente nei giovani delle scuole superiori. La osservo in misura minore nelle scuole medie, mentre nei bambini ne colgo soltanto qualche accenno.

La progressione è così ricorrente nel mio lavoro da non sembrarmi casuale.

Non credo che esista un’unica causa, ma sono convinto che vi sia una relazione con il modo sempre più frammentato in cui vengono fruite le storie. Crescendo aumenta l’esposizione a narrazioni interrotte, moltiplicate o potenzialmente infinite e, parallelamente, diventa più difficile circoscrivere una storia e condurla fino alla propria conclusione.

Storie incomplete: cerchi aperti e finestre sospese

L’immagine che mi è venuta in mente lavorando con i ragazzi è quella del cerchio.

Una storia completa è come un cerchio chiuso: non perché debba spiegare tutto, ma perché il finale si collega all’inizio e rende visibile il cambiamento avvenuto durante il percorso.

Anche una storia con un finale aperto può chiudere il proprio cerchio. Può lasciare una domanda senza risposta, purché conduca lo spettatore fino al punto preciso nel quale quella domanda acquista significato.

Una storia incompleta è diversa. I suoi elementi rimangono separati, come finestre continuamente aperte e richiuse: da ciascuna entra un nuovo personaggio, un’immagine o un avvenimento, ma niente rimane abbastanza a lungo da trasformare ciò che esiste già.

Nei laboratori vedo spesso narrazioni costruite in questo modo: accade qualcosa, poi qualcos’altro, poi arriva un nuovo personaggio e infine compare un ulteriore problema. Ogni evento apre una possibilità, ma nessuno produce una vera conseguenza.

Aggiungere avvenimenti non significa sviluppare una storia. A volte significa soltanto rimandarne la conclusione.

Una scena non finisce quando scade il tempo o quando non sappiamo più che cosa aggiungere. Finisce quando un’azione ha prodotto una conseguenza e i personaggi non si trovano più esattamente nella condizione iniziale.

Dieci minuti alla volta

Mi sono accorto di qualcosa di simile anche fuori dai laboratori.

In varie occasioni ho consigliato ai ragazzi delle scuole superiori alcuni film che considero importanti e continuo a ritenere ottimi. I loro giudizi erano spesso appena sufficienti. Inizialmente mi sono chiesto se la mia visione fosse diventata antiquata o troppo lontana dai loro gusti.

Poi ho domandato come avessero guardato quei film.

Molti mi hanno risposto di averli visti in sessioni di circa dieci minuti, magari in metropolitana o sull’autobus, interrompendoli e riprendendoli nei giorni successivi.

A quel punto ho compreso che non stavamo giudicando la stessa esperienza: il film era lo stesso, il modo di incontrarlo no.

Un film costruisce il proprio percorso attraverso il ritmo, le attese, i richiami interni, le trasformazioni e l’accumulo emotivo. Spezzarlo continuamente significa interrompere quel percorso e doverlo ricostruire a ogni ripresa.

Possono rimanere una scena, un’immagine o una battuta, ma diventa più difficile conservare la traiettoria complessiva dell’opera. È ciò che osservo quando chiedo ai ragazzi di raccontarmi un film o di spiegarmi perché li abbia colpiti: emergono frammenti isolati, molto più raramente il percorso che li teneva insieme.

Non accade sempre. Accade però abbastanza spesso da costituire, per me, un problema pedagogico concreto.

Frammentario, seriale e interrotto non sono sinonimi

La frammentazione non è di per sé un difetto. Occorre distinguere fenomeni molto diversi.

  • Una narrazione frammentaria utilizza salti, vuoti e discontinuità come elementi della propria costruzione.

  • Una fruizione frammentata interrompe invece l’opera dall’esterno, indipendentemente dal ritmo con cui è stata pensata.

  • La serialità distribuisce una narrazione in episodi o stagioni, ma può costruire percorsi precisi e complessi.

  • Un finale aperto non risolve tutte le questioni, ma conduce comunque la storia fino a un punto scelto e significativo.

La serialità, quindi, non comporta necessariamente una perdita di complessità. Giovanni Boccia Artieri, analizzando il caso di Diabolik, mostra come ripetizione e varietà possano convivere e produrre nel tempo strutture narrative sempre più articolate.

Allo stesso modo, film come L’avventura di Michelangelo Antonioni o Inception di Christopher Nolan non sono opere prive di conclusione. Portano lo spettatore fino a una soglia precisa e gli affidano l’ultima parte del lavoro interpretativo.

Un finale aperto non lascia aperte tutte le porte: sceglie quale porta lasciare aperta.

Il problema non è quindi la frammentazione come scelta espressiva, ma l’abitudine a ricevere qualsiasi storia come una successione di frammenti intercambiabili, senza riconoscere la costruzione che li tiene insieme.

Ciò che osservo nei laboratori

Le conseguenze che descrivo non provengono soltanto da una riflessione teorica. Le incontro quotidianamente nel lavoro con bambini e ragazzi.

Osservo una crescente difficoltà a collegare cause ed effetti. Un’azione non produce necessariamente una conseguenza: viene spesso cancellata o dimenticata dall’avvenimento successivo.

Osservo una memoria narrativa più fragile. Rimangono immagini o momenti particolarmente evidenti, ma si perde la loro collocazione all’interno della storia e quindi la loro funzione.

Osservo un’immaginazione ricca di stimoli immediati, ma dispersa. Non mancano le idee; manca spesso la capacità di sceglierne una, svilupparla e verificarne le possibilità prima di sostituirla con la successiva.

Osservo inoltre una difficoltà nella costruzione condivisa. Ogni partecipante tende a introdurre il proprio materiale senza raccogliere e trasformare quello proposto dagli altri. La scena diventa una sovrapposizione di invenzioni individuali, non una narrazione comune.

Infine, osservo il disagio provocato dalla conclusione. Quando chiedo di trovare un finale, molti ragazzi cercano di evitarlo aggiungendo un nuovo fatto, ricorrendo a una soluzione casuale oppure chiudendo improvvisamente con espedienti come «era tutto un sogno».

Queste non sono diagnosi cliniche. Sono osservazioni professionali che si ripetono, con intensità differenti, attraverso gruppi, età e anni di lavoro.

L’esperienza sul campo non ha bisogno di essere trasformata in neuroscienza per avere valore. Mi permette di affermare ciò che vedo e di formulare una convinzione pedagogica: chi incontra prevalentemente le storie come un flusso di frammenti esercita meno frequentemente la capacità di sostenerne la durata, riconoscerne le conseguenze e condurle verso una conclusione.

Esperienza e ricerca

Jerome Bruner ha dedicato gran parte del proprio lavoro al modo in cui la narrazione organizza l’esperienza e costruisce significati.

Una storia non è una semplice successione di fatti. Gli avvenimenti diventano una narrazione quando entrano in relazione: qualcuno desidera qualcosa, incontra un ostacolo, compie un’azione e produce una conseguenza.

Il finale rende visibile questa relazione. Non è un tappo applicato alla storia, ma il punto dal quale possiamo osservare la traiettoria compiuta e comprendere che cosa abbia prodotto.

Nel 2023 uno studio commissionato dal Parlamento europeo, The influence of social media on the development of children and young people, ha esaminato più di duecento ricerche sull’uso dei social da parte di bambini e giovani. Il rapporto riconosce le possibilità positive offerte dagli strumenti digitali, ma anche i rischi connessi a un uso problematico e pervasivo, sottolineando l’importanza dell’educazione e della consapevolezza.

Nessuna di queste ricerche può sostituire ciò che avviene nel laboratorio o dimostrare da sola il rapporto specifico che osservo fra fruizione frammentata e difficoltà nel costruire finali. Offre però un contesto più ampio nel quale la mia osservazione non risulta affatto isolata.

Allenare alla conclusione

Quando una storia non trova il proprio finale, la soluzione più semplice sarebbe fornirlo. Ma, se sono io a decidere come deve finire, ho risolto il problema della storia senza insegnare ai partecipanti a riconoscerlo e affrontarlo.

Io conosco la destinazione: dobbiamo arrivare a una storia che funzioni. Non conosco però in anticipo la strada né l’esatta forma che assumerà il risultato. Cambiando le persone, cambia inevitabilmente anche il percorso.

Il mio compito è garantire che il gruppo arrivi alla meta senza sottrargli la possibilità di sorprendermi e di diventare protagonista della costruzione.

Per lavorare sui finali possiamo porre domande molto concrete:

  • Che cosa è cambiato rispetto all’inizio?

  • Quale azione ha prodotto una conseguenza che non può essere ignorata?

  • Che cosa hanno compreso i personaggi?

  • Quale immagine potrebbe contenere il significato di ciò che è accaduto?

  • Se la storia terminasse una scena prima o una scena dopo, che cosa cambierebbe?

Possiamo completare storie iniziate da situazioni aperte, riscrivere il finale di racconti conosciuti oppure confrontare finali chiusi, aperti e sospesi.

Possiamo anche stabilire che, da un certo momento in avanti, non possano entrare nuovi personaggi o nuovi avvenimenti. I partecipanti devono concludere utilizzando ciò che hanno già costruito. In questo modo non possono continuare a fuggire in avanti, ma devono riconoscere le conseguenze delle azioni precedenti.

È utile anche proporre esperienze narrative che richiedano durata e attenzione: un romanzo, un film guardato nella sua continuità, uno spettacolo seguito dall’inizio alla fine. Non perché le forme lunghe siano sempre migliori di quelle brevi, ma perché allenano un modo diverso di stare dentro una storia.

Dalla scena alla vita

Il modo in cui raccontiamo le esperienze influenza anche il modo in cui le comprendiamo.

Se tutto rimane aperto, se ogni avvenimento viene immediatamente sostituito dal successivo, diventa più difficile riconoscere che un passaggio si è compiuto e attribuirgli un significato.

Non sostengo che un esercizio teatrale possa insegnare automaticamente ad affrontare un lutto o una separazione. Il teatro non elimina il dolore e non offre formule per risolverlo.

Può però allenare a riconoscere una trasformazione, a scegliere, a rinunciare alle possibilità che non verranno sviluppate e ad assumersi la responsabilità di una conclusione.

Finire non significa cancellare ciò che è avvenuto. Significa dargli una forma che permetta di conservarlo e, nello stesso tempo, di lasciare spazio a qualcosa di nuovo.

Conclusione

La tendenza a consumare le storie in modo frammentato non è una colpa dei ragazzi. È una possibilità resa abituale dal contesto culturale nel quale vivono.

Non serve demonizzare i social, le serie televisive o i videogiochi. Questo non significa però considerarli neutrali o rinunciare a osservare le abitudini che producono.

Come educatori teatrali, dobbiamo difendere anche il valore della durata, della continuità, dell’attenzione e della conclusione.

Non dobbiamo imporre soltanto narrazioni chiuse. Dobbiamo aiutare i partecipanti a comprendere che un finale può essere aperto, sospeso, inquietante o persino sgradevole, ma non può essere casuale. Deve arrivare nel punto in cui ciò che è accaduto produce una conseguenza.

Una storia non finisce quando non abbiamo più niente da aggiungere.

Finisce quando abbiamo scelto che cosa deve lasciare dietro di sé.

Riferimenti citati

  • Jerome Bruner, Acts of Meaning, Harvard University Press, 1990.

  • Brian O’Neill, The influence of social media on the development of children and young people, European Parliament, Policy Department for Structural and Cohesion Policies, PE 733.109, 2023.

  • Giovanni Boccia Artieri, «Tutto ha una fine? Diabolik & Eva Kant: la serialità a fumetti tra ridondanza e varietà», Mediascapes Journal, 21(1), 12–31, 2023.

  • Michelangelo Antonioni, L’avventura, 1960.

  • Christopher Nolan, Inception, 2010.


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