Cronache da una lezione: un pezzo di corda e il futuro
- Mirko Rizzi

- 31 ott 2018
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 13 ago

Cronache da una lezione: un pezzo di corda e il futuro
Buongiorno, bambini.
Preparando questo breve laboratorio sul tema “Futuri possibili e impossibili”, ho trovato una frase che mi ha colpito molto:
“Quando i giovani non stanno bene pensano al futuro e lo sognano migliore. Quando stanno bene non pensano al futuro e se lo fanno hanno paura che sarà peggiore del presente”.
Voi ormai siete bambini grandi — frequentate la quinta primaria — e state per diventare ragazzi e ragazze. Sono quindi curioso di vedere quale atteggiamento avete verso il futuro.
Oggi, per cominciare, faremo un gioco molto semplice che mi servirà a misurare il vostro atteggiamento.
Prendete un pezzo di corda e fatelo spuntare dai pantaloni come una coda.
Al mio segnale camminerete nello spazio e, quando dirò “VIA!”, dovrete cercare di rubare la coda ai compagni vicini.
Attenzione: avrete al massimo tre secondi. Nessuno avrà il tempo di correre; comunque, correre è vietato.
Non appena dirò “STOP!”, dovrete sedervi immediatamente dove siete.
Daremo un punto per ogni coda che avrete in mano.
Voglio vedere quale atteggiamento sceglierete, perché avete sostanzialmente due possibilità:
tentare di rubare una o due code;
salvaguardare la vostra coda.
Il primo atteggiamento è più coraggioso, ma anche rischioso: potreste tentare senza riuscire e perdere comunque la vostra coda.
Potreste invece salvaguardarla, ma sicuramente non ne prendereste nessuna.
Vediamo che cosa succede.
I bambini, molto eccitati e divertiti, cominciano a camminare un po’ impauriti, seguendosi e inseguendosi, ridendo e girandosi da tutte le parti. Saltellano, si voltano di scatto, stanno vicini al bordo, fanno lo slalom e cambiano spesso direzione.
Li lascio andare avanti così per qualche minuto: sembra che si divertano. Dopo un po’, qualcuno, senza fermarsi, mi chiede:
“Mirko, quand’è che dici ‘VIA!’?”
Li faccio sedere e domando:
“Cosa mi rispondereste se vi dicessi che, per me, l’esercizio lo avete già fatto?”
Sguardi interrogativi.
“Con questo gioco volevo farvi pensare al futuro e voi lo avete fatto. Eravate tutti in attesa del mio comando, eccitati all’idea di ciò che sarebbe potuto succedere. Siete andati avanti per diversi minuti, divertendovi nell’attesa di quello che doveva accadere.”
“Ora ripartiamo e vi prometto che questa volta darò il comando.”
I bambini ripartono come prima e, a un certo punto, dico: “VIA!”. Dopo tre secondi dico: “STOP!”.
Ci confrontiamo: pochi bambini sono riusciti a rubare una coda; la maggioranza ha preferito salvare la propria.
Faccio notare che, come avevo spiegato, prende punti soltanto chi ha una coda in mano. Li invito quindi a rischiare un po’ di più.
Mostro loro anche, attraverso un’imitazione comica, il modo in cui si sono mossi: rumoroso, agitato e confuso.
Suggerisco di riprovare stando in silenzio, concentrati e attenti allo spazio e a tutti i compagni, anche a quelli alle loro spalle.
“Come dei ninja”, suggerisco.
Riproviamo. I bambini seguono i miei consigli: sono silenziosi, attenti allo spazio e concentrati sui compagni.
Entrano in una dimensione di lavoro ideale.
Do il comando e li fermo. Questa volta sono molti di più quelli che hanno una coda in mano, e non importa se hanno perso la propria.
“Adesso vi sfido a capire qual è il modo più veloce e sicuro per avere sempre almeno una coda in mano e impedire con certezza a un compagno di rubare la nostra.”
I bambini propongono di stare più attenti, ma io li invito a pensare diversamente.
A volte qualcuno ci arriva: l’unico modo è sfilare la propria coda non appena do il comando.
Si riprova un’ultima volta e, nel mio mondo ideale, appena do il comando tutti i bambini afferrano la propria coda e la agitano in alto.
Nota bene: questa non è una lezione che potremmo definire standard. In realtà, io non ho lezioni standard.
Questo racconto non vuole quindi essere l’esempio di un esercizio, ma di un approccio. È per questo che il post non si trova nella categoria “Esercizi ed attività”.
Ho proposto questa lezione a bambini di quinta primaria che seguivo fin dalla prima; probabilmente non la proporrei a bambini alle prime esperienze.




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