Cosa farai da grande? Immaginare il futuro attraverso il Teatro
- Mirko Rizzi

- 29 nov 2017
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 14 ago

Questo post ha un solo, semplice obiettivo: rivalutare una domanda che a volte sembra infastidire più i genitori che i bambini: «Cosa farai da grande?»
Più di una volta, dopo aver rivolto questa domanda ai figli di amici e conoscenti, mi sono sentito rispondere dagli adulti prima ancora che dai bambini: «Ma lascia perdere… C’è tempo… Che domanda noiosa…»
E ne capisco il motivo. Sembra la domanda di quei parenti che vedi solo a Natale. In effetti, al bambino che ero quella domanda metteva un po’ d’ansia.
Lavorando nei laboratori teatrali con i bambini, però, ho scoperto che è una domanda importante. Non tanto per le risposte che produce, quanto per lo stimolo che provoca.
Ricordo che una volta una bambina di sette anni mi rispose che da grande voleva fare la parrucchiera.
«Ottimo», le dissi. «Perché non ci racconti come vorresti che fosse il tuo negozio?»
Lei, che evidentemente non ci aveva mai pensato, rispose che voleva un negozio piccolo, senza vetrine, dove forse sarebbe entrato qualcuno ogni tanto.
Quella risposta mi colpì molto. La bambina era spigliata e per niente timida: non era il mestiere scelto a colpirmi, ma quanto fosse ristretto il futuro che aveva descritto per sé.
Da quella risposta nacque una discussione con il gruppo. Ascoltando anche le altre, capii che non era un caso isolato.
«Cosa farai da grande?» è una domanda che chiede di proiettarsi nel futuro e di immaginare sé stessi e la propria felicità.
Più propriamente, dovrebbe diventare: «Che cosa farai, da grande, per essere felice?»
E penso che immaginare la propria felicità sia una cosa grande.
In realtà, la risposta non è importante. Non stiamo firmando un contratto che ci obbligherà a fare o a essere ciò che diciamo. Possiamo cambiare idea anche dopo un minuto, e tutte le volte che vorremo.
Ma, proiettandoci nel futuro alla ricerca della nostra felicità, rendiamo visibile un cammino verso un obiettivo. Non importa quante volte cambieremo strada o obiettivo: in ogni momento, o quasi, sapremo dove stiamo andando e perché.
Naturalmente, «Non lo so» è una risposta più che lecita. Mi sono però domandato quante volte nasca dalla pigrizia mentale o, peggio, dalla paura.
Ho spiegato ai bambini che immaginare il futuro è bellissimo, perché possiamo dargli la forma che ci rende più felici. Sapere di essere in cammino verso la nostra felicità ci aiuta ad affrontarlo con meno paura.
Gli sguardi dei bambini si sono illuminati e i loro sogni hanno cominciato a prendere forma.
Con i compagni, a turno, li abbiamo portati in scena, improvvisando i luoghi e le situazioni immaginati.
Ogni tanto, qualcuno mi guardava come per chiedere: «Davvero posso immaginare tutto questo?»
Certo che puoi.
Possiamo immaginare mille volte e cambiare idea altre mille. È così che evitiamo di restare fermi per paura, aspettando che accada qualcosa capace di renderci felici senza nemmeno sapere che cosa sia.




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