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Le tre fasi per la creazione di scene teatrali originali

  • Immagine del redattore: Mirko Rizzi
    Mirko Rizzi
  • 15 dic 2024
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 12 ago


Una giovane attrice perplessa

Nella conduzione dei laboratori teatrali, la creazione di scene originali è uno degli strumenti più efficaci per sviluppare il pensiero creativo e le capacità espressive.

Secondo la mia esperienza, per condurre i partecipanti verso una maggiore consapevolezza del lavoro teatrale è necessario guidarli attraverso tre fasi fondamentali: comprensione, comunicazione emotiva e teatralizzazione.

Nel lavoro amatoriale, l’uso di un testo già scritto porta spesso a saltare le prime due fasi e a passare direttamente alla recitazione e alla messa in scena. Poiché le parole e gli avvenimenti sono già presenti, si può avere l’impressione che la scena sia completa e che il compito dell’attore consista soltanto nell’eseguirla.

Ma un testo non rende automaticamente chiara un’azione e un’emozione scritta non è ancora un’emozione cercata, controllata e comunicata dall’attore.

Come diceva Jerzy Grotowski: «Un testo non è teatro. È solo una delle componenti. È nello spazio vuoto, nell’incontro vivo tra attore e spettatore, che nasce il teatro».

Lavorare su scene originali costringe invece i partecipanti a costruire ogni elemento. Non permette loro di nascondersi dietro le battute e rende visibili tutti i passaggi necessari per trasformare un’idea in teatro.

1. Comprensione: rendere chiara l’azione

La comprensione è il primo passaggio.

Prima di costruire la scena, i partecipanti devono sapere:

  • chi sono i personaggi;

  • dove si trovano;

  • che cosa è accaduto prima;

  • che cosa vuole ciascun personaggio;

  • che cosa gli impedisce di ottenerlo;

  • che cosa può cambiare attraverso la scena.

Non tutte queste informazioni devono essere dichiarate. Il pubblico non ha bisogno che gli venga spiegato ogni particolare e una parte di mistero può essere una precisa scelta teatrale.

Tuttavia, chi costruisce la scena deve sapere che cosa vuole rendere percepibile e deve offrire allo spettatore gli elementi necessari per seguire l’azione.

La chiarezza non consiste nello spiegare tutto. Consiste nel non costringere il pubblico a colmare involontariamente i vuoti che gli attori non si sono accorti di avere lasciato.

Esercizio pratico

Dopo una prima prova, chiedo a chi ha osservato di raccontare che cosa abbia compreso: chi erano i personaggi, dove si trovavano, quale relazione li univa e che cosa desideravano.

Gli autori della scena devono ascoltare senza intervenire, correggere o spiegare che cosa intendessero rappresentare. Soltanto dopo possono confrontare le proprie intenzioni con ciò che è realmente arrivato.

A teatro, ciò che esiste soltanto nella nostra testa non è ancora presente sulla scena.

2. Comunicazione emotiva: il cuore della scena

Il teatro non si limita a trasmettere informazioni. Il suo scopo primario è far provare emozioni.

Una scena può essere perfettamente comprensibile e rimanere comunque inerte se il pubblico non percepisce che ciò che sta accadendo abbia un valore per i personaggi.

L’emozione non va applicata dall’esterno, ma neppure attesa come se dovesse arrivare spontaneamente. L’attore deve innanzitutto domandarsi quale emozione serva alla scena.

Non basta una definizione generica come tristezza, paura o rabbia. Occorre cercare una qualità più precisa: la paura di perdere qualcuno, la rabbia che non può essere mostrata, il sollievo dopo una lunga attesa, la vergogna di essere stati scoperti.

Dopo averla individuata, l’attore deve cercare quell’emozione dentro di sé. Deve riconoscere il percorso interiore che gli permette di rievocarla e imparare a richiamarla consapevolmente ogni volta che la scena lo richiede.

Un’emozione che arriva per caso può anche essere autentica, ma non è ancora uno strumento teatrale. Se l’attore non sa come ritrovarla, non può riprodurla con consapevolezza né metterla con precisione al servizio del personaggio e del pubblico.

Questo non significa mostrare al gruppo la propria intimità o raccontare da dove provenga quell’emozione. Il percorso appartiene all’attore; ciò che deve diventare condivisibile è il risultato scenico.

La verità emotiva non coincide quindi con una spontaneità incontrollata. Consiste nella capacità di cercare, rievocare e comunicare consapevolmente qualcosa che l’attore sente davvero all’interno di una situazione immaginaria.

Esercizio pratico

Si può partire da una situazione molto semplice: due persone si incontrano.

Prima di entrare in scena, ciascun partecipante deve individuare con precisione l’emozione necessaria, cercarla dentro di sé e riconoscere che cosa gli permetta di richiamarla. Non deve rappresentarla attraverso gesti convenzionali, ma lasciare che modifichi realmente il corpo, lo sguardo, la voce e il modo di entrare in relazione con l’altro.

Dopo una prima prova, la scena viene interrotta e ripetuta mantenendo la stessa necessità emotiva. Il punto non è verificare se l’emozione arrivi nuovamente per caso, ma se l’attore abbia imparato a ritrovarla.

Soltanto in seguito si possono modificare le circostanze e cercare una diversa emozione, osservando come questa trasformi la relazione e l’intera scena.

Al termine non chiedo agli attori quale emozione volessero rappresentare. Chiedo al pubblico che cosa abbia provato. L’emozione deve essere consapevole per l’attore, ma diventa comunicazione teatrale soltanto quando raggiunge lo spettatore.

3. Teatralizzazione: dare forma alla scena

La teatralizzazione è il momento in cui ciò che è stato costruito acquista una forma propriamente scenica.

Non è una decorazione applicata alla fine e non coincide con l’aggiunta di effetti. Consiste nel trovare il linguaggio teatrale capace di rendere più chiara l’azione e più forte la comunicazione emotiva.

In questa fase lavoriamo su:

  • disposizione e distanze nello spazio;

  • corpo, sguardo, voce e movimento;

  • ritmo, pause e silenzi;

  • entrate, uscite e trasformazioni;

  • oggetti, musica e luci, quando sono realmente necessari.

Ogni scelta deve avere una funzione. Una musica non migliora automaticamente una scena, un movimento non diventa significativo soltanto perché è elegante e una disposizione simmetrica non è necessariamente teatrale.

Lavorare su una scena nata all’interno del laboratorio permette ai partecipanti di cercare forme espressive differenti senza dover riprodurre un modello già stabilito.

Anche avere visto molti spettacoli di qualità aiuta enormemente. Osservare il lavoro di attori e registi permette di “rubare” idee e tecniche, purché non ci si limiti a copiarne la superficie. Bisogna comprendere perché una soluzione funzioni e trovare il modo di adattarla alla propria scena.

Esercizio pratico

Chiedo ai partecipanti di mettere in scena lo stesso momento in tre modi differenti: utilizzando distanze diverse, modificando il ritmo oppure passando da una soluzione realistica a una più stilizzata.

Successivamente confrontiamo i risultati:

  • Quale soluzione rende più chiara la relazione?

  • Quale aumenta la tensione?

  • Quale indebolisce la scena?

  • Quale sembra interessante, ma non serve realmente a ciò che vogliamo comunicare?

Il conduttore può indicare direzioni e proporre possibilità, ma non dovrebbe fornire immediatamente la soluzione. I partecipanti devono imparare a riconoscere perché una scelta funzioni.

Come amo ripetere, a teatro non esiste bello o brutto: esiste fatto bene o fatto male.

Questo non significa che esista una sola soluzione corretta. Ne possono esistere molte, ma non tutte producono lo stesso risultato.

Tre fasi, non tre compartimenti

Comprensione, comunicazione emotiva e teatralizzazione non sono compartimenti rigidi né passaggi irreversibili.

Durante il lavoro si torna continuamente indietro. Una scelta di messa in scena può rivelare che la relazione fra i personaggi non è abbastanza chiara. La ricerca di un’emozione può obbligare a modificare un’azione. Un cambiamento di ritmo può mostrare che una battuta non è necessaria.

Le tre fasi servono a dare ordine alla ricerca, non a imprigionarla.

Creare scene originali rende questo processo particolarmente evidente. I partecipanti non si limitano a eseguire un risultato deciso in precedenza dal conduttore: imparano a interrogare ogni scelta, a verificarne le conseguenze e a riconoscere ciò che funziona.

Una scena comincia a funzionare quando il pubblico comprende che cosa sta accadendo, prova l’emozione che l’attore ha cercato e incontra una forma scenica capace di tenere insieme entrambe le cose.

È in quel momento che un’idea smette di essere soltanto un esercizio e diventa teatro.

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