La ricchezza della semplicità: Il "Teatro Povero" come risorsa pedagogica
- Mirko Rizzi

- 9 lug 2025
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 12 ago

Viviamo in un’epoca che associa facilmente la ricchezza dei mezzi alla qualità del risultato: più tecnologia, più materiali, più effetti, maggiore efficacia.
Non è necessariamente così.
Gli strumenti possono arricchire il lavoro, ma possono anche prendere il posto dell’azione. Quando una scenografia mostra già tutto, un costume definisce completamente il personaggio e un effetto suggerisce al pubblico che cosa deve provare, all’attore rimane meno da costruire.
Quando invece gli elementi si riducono, il corpo, la voce, l’immaginazione e la relazione devono assumersi la responsabilità della scena.
È per questo che la mia pedagogia teatrale ricava un principio importante dal “Teatro Povero”. Non si tratta di imitare Grotowski o di trasferire nei laboratori educativi un metodo nato per attori professionisti. Si tratta di usare la sottrazione come scelta pedagogica.
Che cosa significa davvero “Teatro Povero”
L’espressione “Teatro Povero” fu introdotta da Ludwik Flaszen per descrivere alcuni aspetti del lavoro teatrale di Jerzy Grotowski e divenne poi centrale nella ricerca raccolta in Per un teatro povero.
“Povero” non significa realizzato male, privo di idee o necessariamente senza denaro. Indica un processo di riduzione: togliere ciò che non è indispensabile per riportare al centro ciò di cui il teatro non può fare a meno, cioè l’attore, lo spettatore e ciò che accade tra loro.
Scenografie, costumi, musica, luci e oggetti non diventano nemici da eliminare per principio. Smettono però di essere uno spettacolo autonomo e acquistano valore soltanto quando partecipano all’azione.
Un solo oggetto può assumere funzioni diverse e contribuire alla costruzione di mondi completi. Non perché possieda qualcosa di magico, ma perché l’azione dell’attore lo trasforma davanti allo spettatore.
Il “Teatro Povero” non è quindi una giustificazione della mancanza di mezzi. È una richiesta di rigore: ogni elemento presente deve essere necessario.
Dalla ricerca professionale al laboratorio educativo
Il lavoro di Grotowski nasceva all’interno di una ricerca radicale, destinata ad attori professionisti. Non può essere trasferito automaticamente in un laboratorio con bambini, ragazzi o adulti.
Il principio pedagogico che ne ricavo è più semplice: togliere ciò che distrae per permettere a ogni partecipante di scoprire che cosa può creare attraverso il corpo, la voce, l’immaginazione e la relazione.
Con i bambini, soprattutto, questo lavoro non deve diventare una richiesta di rivelare la propria interiorità o di raccontare ciò che non desiderano condividere. La scoperta di sé nasce dall’esperienza: compiere un’azione, prendere una decisione, entrare in relazione e osservare che cosa accade.
Il principio vale a ogni età. Cambiano le consegne e la complessità del percorso, ma non la responsabilità creativa.
Quando non può affidarsi a un costume che definisca il personaggio o a una scenografia che spieghi il luogo, il partecipante deve trovare nel proprio lavoro gli strumenti necessari per rendere comprensibile la situazione.
La fiducia non nasce perché qualcuno gli dice che è creativo. Nasce quando scopre che una sua azione può modificare la scena, creare un’immagine e produrre una reazione negli altri.
Creare è un verbo d’azione
Con un foglio di carta, un palloncino o una sedia ho costruito percorsi di molti incontri e persino interi spettacoli.
Questo accade perché, come ripeto spesso nei miei laboratori:
“Creare è un verbo d’azione, non soltanto del pensiero.”
Non basta decidere che una sedia rappresenta un cavallo, una barca o un trono. Bisogna agire su quell’oggetto in modo che anche gli altri possano riconoscere la trasformazione.
Cambiano il modo di avvicinarsi, il peso del corpo, il ritmo, la relazione con lo spazio e con gli altri attori. L’idea deve diventare visibile.
Il limite dei mezzi apre possibilità, ma il conduttore deve saper costruire la consegna adatta e resistere alla tentazione di suggerire subito una soluzione.
Lo stesso principio vale quando si lavora su un testo. Una frase non possiede un solo modo di essere pronunciata e rappresentata. Cambiando intenzione, ritmo, destinatario, postura o relazione, cambiano il significato e l’effetto prodotto.
Questo lavoro abitua a non fermarsi alla prima soluzione e a verificare concretamente le alternative. Non si limita a dichiarare che bisogna essere creativi: mette la creatività in azione.
Dall’informazione all’emozione
Grotowski partiva anche dalla constatazione che il teatro non può competere tecnologicamente con il cinema e la televisione.
Questo non significa che gli schermi siano incapaci di trasmettere emozioni. Il cinema può emozionare profondamente. La differenza è nella forma dell’incontro.
A teatro, attore e spettatore condividono lo stesso spazio e lo stesso tempo. La presenza del pubblico interviene sull’evento, anche quando nessuno pronuncia una parola. L’attore non può separare ciò che fa dalla relazione viva con chi lo sta guardando.
Nel mio lavoro lo riassumo così:
“Gli spettatori non vogliono informazioni, vogliono emozioni.”
Un attore può spiegare perfettamente che il suo personaggio è spaventato, innamorato o arrabbiato. Ma l’informazione non basta a far vivere quella condizione allo spettatore.
Deve trasformarla in un’azione, in un modo di guardare, respirare, parlare, muoversi e reagire. L’emozione non viene annunciata: prende forma nella relazione.
Una scena povera non è una scena meno vera
La realtà riguarda ciò che sta accadendo davvero. La verità riguarda ciò che una situazione, anche inventata, provoca davvero in chi la vive e in chi la guarda.
Una sedia rimane una sedia. Può però diventare un trono se il modo in cui l’attore vi si avvicina, si siede e guarda gli altri rende evidente una relazione di potere.
Lo spettatore non crede che l’oggetto si sia realmente trasformato. Riconosce però la verità della situazione teatrale.
Questo passaggio è pedagogicamente prezioso. Bambini e ragazzi tendono spesso a spiegare ciò che il personaggio prova, invece di renderlo visibile attraverso le azioni.
Una scena essenziale mette immediatamente in evidenza questa difficoltà. Se l’azione non è chiara, non esiste un elemento esterno che possa sostituirla. L’allievo deve cercare una forma espressiva più precisa.
La disciplina dell’essenziale
Lavorare con pochi mezzi possiede anche un valore pratico. Rende il laboratorio meno dipendente da strutture attrezzate, materiali costosi e spazi teatrali tradizionali.
Un’aula, una biblioteca, una palestra o una stanza vuota possono diventare luoghi di creazione.
La semplicità non rende automaticamente un’attività inclusiva: l’inclusione dipende dalla capacità del conduttore di osservare le persone e adattare le proposte. Mettere al centro i partecipanti anziché l’attrezzatura permette però di costruire il lavoro partendo dalle loro reali possibilità espressive.
Il “Teatro Povero” non perdona la superficialità. Meno elementi sono presenti, maggiore è la responsabilità di ogni gesto, parola, oggetto e relazione.
Integrare questo principio nei laboratori non significa trasformare la scarsità in un valore assoluto. Significa scegliere ciò che è necessario e togliere ciò che compie il lavoro al posto dell’attore.
Un palcoscenico vuoto non è povero perché gli manca qualcosa. Diventa ricco quando le azioni di chi lo attraversa generano immagini, relazioni ed emozioni.
La domanda è semplice: che cosa possiamo creare con ciò che siamo e con ciò che abbiamo?
La risposta non si spiega. Si costruisce in scena.


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