La ricerca della Sinergenza: Creare Teatro in Laboratorio

Aggiornamento: 10 set

Ascoltando le diverse metafore con cui si tenta di descrivere la creazione di uno spettacolo teatrale, tornano spesso immagini come quella della direzione d’orchestra o della chimica: elementi diversi che, combinati nel modo giusto, producono qualcosa che prima non esisteva.
Per descrivere ciò che accade nei miei laboratori, però, continuo a trovare più efficace un’altra immagine: un’esplosione al contrario.
All’inizio i materiali sono sparsi. Idee, improvvisazioni, personaggi, movimenti, frasi, intuizioni. Man mano che il percorso procede, questi frammenti cominciano ad avvicinarsi, a riconoscersi, a combinarsi tra loro fino a convergere in una forma comune.
Per definire questo processo ho inventato una parola: Sinergenza.
È l’unione di sinergia e convergenza: elementi diversi che collaborano e, nello stesso tempo, procedono verso un punto comune.
Il conduttore conosce la meta, ma ogni volta cambia la strada
Dire che il percorso non è predeterminato non significa procedere senza direzione.
Il conduttore deve sapere dove vuole arrivare: alla costruzione di uno spettacolo che funzioni teatralmente. Non conosce però in anticipo la strada, e soprattutto non conosce la forma precisa che assumerà il risultato finale.
Io sono come una guida. So dove dobbiamo arrivare, solo che ogni volta cambia la strada.
Questa distinzione è fondamentale.
Se entrassi in laboratorio con uno spettacolo già completamente scritto e chiedessi ai ragazzi semplicemente di realizzarlo, gran parte della ricerca sarebbe già conclusa prima ancora di cominciare. Potrebbe essere un metodo più semplice e controllabile, ma sarebbe anche una mediazione al ribasso: i partecipanti dovrebbero adattarsi a una forma pensata da qualcun altro invece di contribuire a crearla.
Nel laboratorio, invece, il materiale nasce continuamente.
Un’improvvisazione può produrre una scena. Una frase detta quasi per caso può diventare il centro di un intero passaggio. Un errore può suggerire una soluzione che nessuno aveva previsto.
Una bambina può dire:
«Ma le farfalle sono fiori che hanno imparato a volare?»
E improvvisamente quella frase può aprire una strada.
Il compito del conduttore è accorgersene.
Non esiste bello o brutto: esiste fatto bene o fatto male
Quando chiedo agli allievi di creare materiali, non chiedo loro di produrre qualcosa di “bello”.
In teatro non esiste bello o brutto: esiste fatto bene o fatto male.
Un frammento semplicissimo può essere teatralmente potentissimo. Un’idea apparentemente brillante può invece non funzionare affatto sulla scena.
Il lavoro consiste quindi nel produrre, provare, osservare, correggere, trasformare.
Con i bambini più piccoli questi frammenti possono nascere quasi inconsapevolmente. Con l’esperienza, gli allievi imparano progressivamente a riconoscere ciò che funziona e a produrre materiale con maggiore intenzionalità.
Il conduttore deve saper vedere il potenziale di ciò che emerge, ma anche assumersi la responsabilità di lavorarlo, trasformarlo e collocarlo nel punto in cui può acquistare senso all’interno dell’insieme.
Non tutto ciò che viene prodotto deve necessariamente entrare nello spettacolo.
La partecipazione creativa non consiste nel conservare qualsiasi proposta, ma nel fare in modo che ogni proposta possa realmente contribuire alla ricerca.
Responsabilità diverse, autorialità condivisa
Gli allievi sono quindi coautori del materiale, ma questo non significa che allievi e conduttore abbiano lo stesso compito.
Le responsabilità sono differenti.
Gli allievi producono, sperimentano, inventano e progressivamente imparano a riconoscere il valore teatrale di ciò che fanno.
Il conduttore osserva l’insieme, individua le possibilità, crea connessioni e si assume la responsabilità finale dell’assemblaggio.
Perché questo meccanismo funzioni è importante che il metodo sia trasparente fin dall’inizio.
Gli allievi devono sapere che ciò che fanno durante il laboratorio non è soltanto preparazione allo spettacolo: può diventare lo spettacolo.
Un gesto, una frase, una scena nata mesi prima possono ricomparire molto più avanti, trasformati e inseriti in un contesto completamente diverso.
Questa trasparenza garantisce il coinvolgimento perché rende visibile il rapporto tra il lavoro quotidiano e la forma finale.
Quando un allievo riconosce nello spettacolo qualcosa che ha contribuito a creare, non sta semplicemente eseguendo una parte assegnata: riconosce una parte del proprio percorso.
Dalla produzione dei frammenti all’autonomia
Con il passare del tempo cambia anche il rapporto degli allievi con questi materiali.
All’inizio è soprattutto il conduttore a riconoscere ciò che può diventare teatro.
Poi cominciano a riconoscerlo anche loro.
Successivamente imparano a produrlo intenzionalmente.
Il punto d’arrivo, almeno per me, è che diventino capaci di costruire il proprio teatro con sempre maggiore autonomia.
È uno degli obiettivi principali del mio lavoro: non creare allievi capaci di realizzare bene ciò che ho già immaginato io, ma persone capaci di produrre, riconoscere e organizzare autonomamente materiale teatrale.
Alla fine del percorso, guardando lo spettacolo, può sembrare che tutto fosse stato progettato fin dal primo giorno.
In realtà è successo esattamente il contrario.
La meta era conosciuta. La strada no.
I frammenti sono nati durante il viaggio, sono stati riconosciuti, trasformati e fatti convergere.
La meta è stata raggiunta, ma la strada non avrebbe potuto essere prevista. Questa è la Sinergenza.




Commenti