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La ricerca della Sinergenza: creare Teatro in laboratorio

  • Immagine del redattore: Mirko Rizzi
    Mirko Rizzi
  • 24 giu 2025
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 12 ago


Per descrivere il modo in cui nasce uno spettacolo all’interno di un laboratorio teatrale, uso spesso un’immagine: un’esplosione al contrario.

Un’esplosione parte da un unico punto e disperde frammenti in ogni direzione. Nel laboratorio accade il contrario.

All’inizio i frammenti sono ovunque: un gesto nato durante un gioco, una frase pronunciata in un’improvvisazione, un personaggio inatteso, un movimento, un ritmo, un’immagine o una relazione fra due allievi.

Nessuno di questi elementi costituisce ancora uno spettacolo. Con il passare del tempo, però, cominciano ad avvicinarsi, a modificarsi reciprocamente e a convergere verso una forma comune.

Per definire questo processo ho inventato una parola: Sinergenza.

Il termine unisce due concetti: la sinergia, cioè l’incontro fra elementi che insieme producono qualcosa di più della semplice somma delle parti, e la convergenza, il loro progressivo movimento verso un punto comune.

La Sinergenza non consiste nel raccogliere molti frammenti e metterli uno accanto all’altro. Consiste nel riconoscere le loro possibilità e farli convergere fino a dare forma a un’opera coerente, costruita con il contributo di tutti.

Non esiste la figura sulla scatola

Il processo potrebbe ricordare la costruzione di un puzzle, ma esiste una differenza fondamentale: non abbiamo davanti l’immagine finale da ricostruire.

I pezzi stessi devono ancora essere creati e nessuno sa con precisione quale figura formeranno.

Questo non significa che il percorso sia privo di una meta. La destinazione è chiara: arrivare a uno spettacolo che funzioni, che possieda forma, ritmo e coerenza e che riesca a comunicare con il pubblico.

Ciò che non conosco in anticipo è la strada che percorreremo e l’aspetto esatto che avrà lo spettacolo una volta raggiunta la meta.

La prima fase del laboratorio è necessariamente aperta. Si producono materiali, si esplorano possibilità e si seguono strade inattese.

Preoccuparsi troppo presto della forma finale rischia di bloccare la ricerca. Se ogni esercizio deve confermare un’idea già decisa, gli allievi non stanno creando: stanno soltanto fornendo al conduttore il materiale che ha stabilito di utilizzare.

A un certo punto, però, il movimento deve cambiare.

Con l’avvicinarsi della data dello spettacolo, i frammenti devono cominciare a convergere. Vanno osservati, ripresi, trasformati e collegati.

Se la convergenza comincia troppo presto, soffoca la scoperta. Se non comincia mai, il risultato rimane un insieme di esercizi senza una forma.

La Sinergenza nasce dall’equilibrio fra questi due movimenti: prima permettere ai frammenti di nascere, poi trovare il modo di riunirli.

Il conduttore conosce la meta, ma ogni volta cambia la strada

Nei laboratori lo spiego così:

“Io sono come una guida. So dove dobbiamo arrivare, solo che ogni volta cambia la strada.”

Cambiando le persone, cambia inevitabilmente il percorso. Ogni gruppo possiede energie, capacità, fragilità, immaginari e modi di entrare in relazione differenti.

Quando comincio a lavorare su uno spettacolo non so davvero come sarà. Lascio ai partecipanti la possibilità di stupirmi e sorprendermi, perché è proprio dalle loro risposte che deve nascere il percorso.

Questo non significa rinunciare alla responsabilità del risultato.

Io garantisco che arriveremo alla meta. È compito mio riconoscere la strada mentre la percorriamo, evitare che il lavoro si disperda e condurre i frammenti verso uno spettacolo che funzioni.

È esattamente il contrario di ciò che accade quando il conduttore possiede già un copione pronto, sa come dovrà apparire ogni scena e si sforza di portare i partecipanti verso il risultato che ha in mente.

Quella è una mediazione al ribasso.

Il conduttore può anche ottenere uno spettacolo ordinato, ma non insegna ai partecipanti a creare teatro. Insegna loro a eseguire il suo teatro.

Dove non esiste consapevolezza, gli allievi diventano strumenti nelle mani dell’adulto. Non sono, come dovrebbero essere, i protagonisti del percorso.

Una guida conosce la meta, ma osserva le persone che sta accompagnando e sceglie insieme a loro la strada possibile. Non le carica su un autobus per depositarle davanti a un risultato già costruito.

Riconoscere i frammenti

Il conduttore deve osservare ciò che emerge, riconoscere i frammenti dotati di forza teatrale e conservarne memoria. Deve poi riproporli, lavorarli, metterli in relazione con altri materiali e trovare il punto nel quale possano esprimere pienamente il proprio valore.

Una volta, durante un laboratorio con bambini della scuola primaria, stavamo cercando le domande che un gigante curioso avrebbe potuto rivolgersi osservando la natura.

Un bambino disse:

“Ma le farfalle sono fiori che hanno imparato a volare?”

Io non avrei potuto preparare quella frase prima. Non avrei potuto chiederla né prevederla.

Il bambino non aveva costruito una scena completa. Aveva creato un frammento di bellezza e di teatro.

Il compito del conduttore è accorgersene. Deve saperlo custodire, sviluppare e collocare nel punto in cui possa dialogare con tutto il resto.

Se avessi già posseduto un copione chiuso e una destinazione formale prestabilita, quella frase avrebbe rischiato di non trovare spazio. Avrei perso proprio ciò che rende vivo il laboratorio: la possibilità che un partecipante crei qualcosa che io non avrei saputo immaginare.

Non esiste bello o brutto: esiste fatto bene o fatto male

Nel mio lavoro ripeto spesso che a teatro non esiste bello o brutto: esiste fatto bene o fatto male.

Un frammento prodotto da un allievo non è sbagliato perché non si incastra immediatamente con gli altri. Non è responsabilità dell’allievo sapere quale posto dovrà occupare nella costruzione finale.

Quella responsabilità appartiene al conduttore.

Se il frammento appare fragile, confuso o lontano dal resto, il conduttore deve lavorarlo, trasformarlo e trovare la forma e la collocazione che gli permettano di funzionare.

Non esistono contributi inutili. Esistono contributi che il conduttore non ha ancora compreso o non ha saputo lavorare abbastanza.

Questo non significa che ogni proposta debba rimanere identica alla sua prima apparizione. Un gesto può essere affidato a un altro allievo, una frase può tornare in un contesto differente, due idee possono unirsi e diventare qualcosa che nessuno aveva immaginato da solo.

Il valore del frammento rimane. La sua forma e la sua collocazione possono cambiare.

Responsabilità diverse, autorialità condivisa

Ogni allievo è un co-creatore, chiamato a produrre frammenti di teatro. Al conduttore spetta la responsabilità di riconoscerli e assemblarli nel modo migliore, dando loro una forma comprensibile, coerente e artisticamente valida.

I due ruoli sono distinti ma complementari.

Co-creazione non significa che tutti debbano decidere tutto, che ogni scelta debba essere votata o che il conduttore debba rinunciare alla propria responsabilità artistica.

Significa che lo spettacolo nasce realmente dai materiali prodotti dagli allievi e non da un progetto già concluso che il conduttore tenta successivamente di far sembrare collettivo.

Nel mio modo di lavorare, questo approccio garantisce che gli allievi si sentano pienamente coinvolti.

Fin dalla prima lezione sono chiaro e onesto: non preparo prima lo spettacolo per poi trovare il modo di farglielo piacere, con le buone o con le cattive. Lo spettacolo nascerà dal lavoro che faremo insieme.

Gli allievi lo riconoscono. Vedono che non possiedo una soluzione nascosta verso la quale sto cercando di condurli. Vedono le loro proposte entrare nel percorso, trasformarsi, incontrarsi e diventare necessarie alla costruzione finale.

Per questo riconoscono lo spettacolo come qualcosa che hanno realmente contribuito a creare.

Dai primi frammenti all’autonomia

Con i bambini più piccoli, molti materiali nascono durante il gioco prima che vengano riconosciuti come elementi teatrali.

Un bambino può inventare consapevolmente un gesto, trasformare un oggetto o creare una relazione senza sapere ancora che quella scoperta può essere ripetuta, modificata e inserita in una costruzione più ampia.

Il conduttore raccoglie quel frammento e lo restituisce al bambino e al gruppo. Lo fa ripetere, lo mette in relazione con un’altra azione e mostra concretamente che può diventare teatro.

Questa è una prima forma di autorialità. Il bambino scopre che ciò che ha creato non scompare con la fine del gioco, ma può essere riconosciuto, condiviso e trasformato.

Con l’età e l’esperienza, gli allievi imparano a produrre materiali in modo sempre più intenzionale. Cominciano a riconoscere autonomamente ciò che funziona, a modificare le proprie proposte e a collegarle con quelle degli altri.

Progressivamente, anche una parte della composizione può passare nelle loro mani.

L’obiettivo finale del conduttore non è renderli dipendenti dalla sua capacità di riconoscere e assemblare. È accompagnarli fino al momento in cui sapranno costruire il proprio teatro con autonomia e consapevolezza.

Quando i frammenti diventano un’opera

La Sinergenza non è un momento magico nel quale tutto si incastra senza difficoltà.

Richiede osservazione, tentativi, trasformazioni e scelte precise. Un gesto può passare da un allievo all’altro. Una frase può acquistare un nuovo significato. Due frammenti apparentemente lontani possono trovare improvvisamente una relazione.

A un certo punto il gruppo smette di parlare della “mia scena” o della “mia idea” e comincia a riconoscere lo spettacolo come un’opera comune.

È allora che l’esplosione si ricompone.

Gli allievi non scompaiono dentro la forma finale. Possono riconoscere i propri frammenti e, nello stesso tempo, vedere che sono diventati parte di qualcosa che nessuno avrebbe potuto creare da solo.

La meta è stata raggiunta, ma la strada non avrebbe potuto essere prevista.

Questa è la Sinergenza.

 
 
 

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