top of page

Interpretare il “Non so” nei laboratori teatrali: la chiave per superare i blocchi creativi

  • Immagine del redattore: Mirko Rizzi
    Mirko Rizzi
  • 4 nov 2024
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 12 ago



Nei laboratori teatrali accade spesso che, davanti a una richiesta creativa, un partecipante risponda: «Non lo so», «Non mi viene in mente niente» oppure semplicemente «Boh».

Queste risposte, solo apparentemente vaghe, possono esprimere paure, resistenze, difficoltà o bisogni molto diversi. Il conduttore deve saperle interpretare per capire che cosa il partecipante stia davvero comunicando in quel momento e scegliere di conseguenza come intervenire.

A volte nascondono la paura di sbagliare. Altre volte esprimono il tentativo di indovinare la risposta desiderata dal conduttore. Possono indicare una resistenza alla fatica creativa, una consegna poco chiara oppure l’abitudine a rimandare la scelta aspettando che qualcun altro trovi una soluzione.

Rispondere sempre nello stesso modo sarebbe quindi un errore. Incoraggiare genericamente chi non ha compreso la consegna non gli fornisce gli strumenti necessari. Insistere senza capire con chi ha paura può aumentare il blocco. Offrire immediatamente una soluzione a chi vuole evitare la fatica creativa conferma invece che, aspettando abbastanza, sarà il conduttore a creare al suo posto.

La capacità di distinguere questi significati è una delle competenze necessarie nella conduzione di un laboratorio teatrale.

Prima domanda: la consegna era chiara?

Prima di attribuire il blocco al partecipante, il conduttore deve controllare la propria richiesta.

La consegna era comprensibile? Aveva un obiettivo preciso? I limiti erano sufficienti? Il partecipante possedeva gli strumenti necessari per cominciare?

Chiedere semplicemente «Inventate una scena» può lasciare davanti a un campo talmente vasto da non offrire alcun punto di partenza. La creatività non nasce necessariamente dall’assenza di limiti. Molto spesso ha bisogno di un confine contro il quale reagire.

La stessa richiesta può diventare più concreta stabilendo che la scena debba coinvolgere due persone che desiderano lo stesso oggetto, si svolga in un luogo preciso e termini quando una delle due compie una scelta.

Non abbiamo fornito la soluzione. Abbiamo costruito un terreno sul quale cercarla.

Quando sento «non so», una delle prime domande che pongo è: «Che cosa hai capito della consegna?». La risposta mi permette di verificare se il problema appartenga davvero al partecipante oppure al modo in cui ho presentato il lavoro.

Un conduttore non perde autorevolezza quando riconosce di non essere stato chiaro. La perde se pretende che gli allievi compensino da soli una consegna costruita male.

La paura di sbagliare

Molti partecipanti arrivano al laboratorio abituati a cercare una risposta corretta.

Quando pongo una domanda, non cercano immediatamente la propria soluzione: osservano me, il tono della mia voce e le mie reazioni per capire che cosa voglia sentirmi dire.

In questo caso, «non so» può significare: «Non ho ancora capito quale sia la risposta giusta» oppure «Ho un’idea, ma temo che non sia quella che vuoi tu».

Il teatro richiede un cambiamento di prospettiva. Non esiste una soluzione nascosta nella testa del conduttore che gli allievi debbano indovinare.

Questo non significa che qualsiasi proposta funzioni. Ogni idea ha il diritto di essere provata, ma non tutte le idee producono un risultato teatrale efficace.

La differenza è fondamentale: non giudichiamo la persona che ha avanzato la proposta. Mettiamo alla prova la proposta e osserviamo che cosa accade.

Invece di rassicurare dicendo «va bene tutto», preferisco rispondere: «Scegli una possibilità e proviamola». Sarà la scena a mostrarci che cosa funzioni, che cosa debba essere modificato e che cosa possa essere abbandonato.

L’errore smette così di essere una brutta figura e diventa un’informazione necessaria per proseguire.

La resistenza alla fatica creativa

Creare richiede uno sforzo.

È più semplice eseguire un’indicazione precisa, ripetere un modello oppure aspettare che il conduttore proponga la soluzione. Alcuni partecipanti imparano rapidamente che, se rimangono abbastanza a lungo nel “non so”, qualcun altro finirà per decidere al posto loro.

In questo caso, offrire immediatamente un’idea non aiuta. Risolve il problema della scena, ma rafforza la dipendenza del partecipante.

Il conduttore può restringere il campo, porre domande e offrire strumenti, ma non deve assumersi la parte di responsabilità che appartiene all’allievo.

La risposta può essere molto semplice: «Non ti sto chiedendo l’idea perfetta. Ti sto chiedendo una scelta».

Oppure: «Posso aiutarti a trovare un punto di partenza, ma non posso creare al posto tuo».

La creatività dei partecipanti non è un’aggiunta facoltativa al laboratorio. È la materia dalla quale nasce il percorso. Se gli allievi diventano soltanto esecutori delle idee del conduttore, possono forse arrivare a un risultato formalmente ordinato, ma non acquisiscono alcuna autonomia.

Allenare la prontezza creativa

All’inizio non tutti producono idee con la stessa rapidità. Questo dato, però, non deve diventare una giustificazione permanente.

La capacità di trovare possibilità, compiere scelte e costruire soluzioni concrete si allena.

Lo constato personalmente con gli allievi che seguo per molti anni. Attraverso l’esercizio continuo, la produzione delle idee diventa progressivamente più veloce. I partecipanti imparano a non aspettare l’ispirazione perfetta, a utilizzare immediatamente gli elementi disponibili e a trasformare una prima intuizione in materiale teatrale.

Il tempo assegnato fa parte della consegna. Bisogna impegnarsi al massimo nel tempo che si ha e arrivare comunque a una proposta.

Avere più tempo non garantisce un risultato migliore. Può anzi favorire l’indecisione, la dispersione e la ricerca di una soluzione ideale che non verrà mai messa alla prova.

Una proposta imperfetta esiste: possiamo osservarla, modificarla, svilupparla oppure abbandonarla. Il “non so” lasciato senza seguito non produce invece alcun materiale sul quale lavorare.

Allenare la rapidità non significa premiare la superficialità. Significa insegnare a compiere una prima scelta concreta senza aspettare di essere certi che sia quella definitiva.

La qualità non nasce necessariamente dalla quantità di tempo impiegata prima di agire. Nasce dalla capacità di produrre, verificare e correggere.

Per questo posso assegnare un tempo preciso e chiedere che, alla sua conclusione, ciascuno abbia formulato almeno una possibilità. Se non arriva l’idea migliore, deve arrivare comunque un’idea dalla quale partire.

Il tempo non deve diventare una scusa. È uno dei limiti all’interno dei quali la creatività impara a lavorare.

Come intervengo davanti a un “non so”

Quando incontro un blocco, cerco di non riempirlo immediatamente con una mia soluzione. Procedo attraverso alcuni passaggi:

  1. Controllo la consegna. Chiedo al partecipante di dirmi che cosa abbia compreso.

  2. Interpreto il significato del “non so”. Non ha capito, teme di sbagliare, cerca la mia risposta oppure vuole evitare lo sforzo di scegliere?

  3. Restringo il campo. Aggiungo un limite, un obiettivo o un ostacolo senza fornire il risultato.

  4. Definisco un tempo preciso. La ricerca deve concludersi con almeno una proposta concreta.

  5. Chiedo una prima possibilità, non quella definitiva. Un’idea provvisoria è sufficiente per cominciare.

  6. Porto rapidamente l’idea sulla scena. Nel teatro una possibilità si comprende meglio attraverso l’azione che attraverso una lunga spiegazione.

  7. Valutiamo ciò che è accaduto. Non chiediamo se l’idea fosse bella o brutta, ma che cosa abbia prodotto e come possa essere sviluppata.

In questo modo il “non so” non viene negato né accettato come conclusione. Diventa il punto dal quale comincia la ricerca.

Conclusione

Il compito del conduttore non è eliminare ogni esitazione. La creatività non nasce dalla certezza e nessuno possiede sempre una soluzione immediatamente perfetta.

Il suo compito è interpretare correttamente il “non so” e impedire che interrompa il lavoro.

Deve capire se servano maggiore chiarezza, un limite più preciso, un incoraggiamento oppure una richiesta più netta di responsabilità. Deve accompagnare il partecipante senza sostituirsi a lui e allenarlo a produrre comunque qualcosa nel tempo disponibile.

La concretezza creativa si costruisce attraverso l’abitudine. Più si esercita la capacità di trovare e verificare soluzioni, più il passaggio dall’incertezza all’azione diventa rapido.

Un allievo può non sapere ancora quale sia la soluzione definitiva e, nello stesso tempo, essere disposto a produrne una prima.

Il passaggio decisivo avviene quando al «non so» si aggiunge una seconda frase:

«Provo».

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione
bottom of page