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Il Teatro per l'infanzia: un ponte tra immaginario profondo e sviluppo neurologico

  • Immagine del redattore: Mirko Rizzi
    Mirko Rizzi
  • 22 apr 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 12 ago



Durante un laboratorio, un bambino prende una sciarpa e decide che è un fiume.

Sa perfettamente di avere fra le mani un pezzo di stoffa. Nello stesso tempo, però, agisce come se davanti a lui scorresse davvero dell’acqua: cerca un modo per attraversarla, valuta il pericolo, chiama un compagno e costruisce una storia.

In pochi istanti mette in relazione immaginazione, corpo, linguaggio, memoria, spazio ed emozione.

Questo è uno degli aspetti più potenti del teatro per l’infanzia.

Il bambino non separa nettamente il pensiero dall’azione, il corpo dall’immaginazione o l’emozione dalla conoscenza. Impara mettendo in relazione tutti questi elementi.

Anche il cervello lavora attraverso reti interconnesse. Ma questo non significa che dobbiamo attribuire a ogni esercizio un’area cerebrale e un beneficio neurologico preciso.

Il teatro non diventa più valido perché diciamo che attiva l’amigdala, la corteccia prefrontale o i neuroni specchio. Diventa valido quando sappiamo osservare ciò che il bambino sta realmente facendo, comprendere il significato pedagogico dell’esperienza e costruire un percorso adatto alla sua età.

L’immaginario non è una decorazione

L’immaginario infantile non è un’aggiunta fantastica a un pensiero ancora incompleto. È uno dei modi attraverso i quali il bambino interpreta la realtà, le attribuisce un significato e sperimenta possibilità diverse.

Nel gioco e nelle storie ritornano frequentemente alcune forme:

  • gli oggetti acquistano vita e intenzioni;

  • il mondo si organizza attraverso contrasti come luce e buio, sicurezza e pericolo, piccolo e grande;

  • un personaggio parte, incontra ostacoli e ritorna trasformato;

  • la casa protegge, il bosco nasconde, una porta separa ciò che si conosce dall’ignoto;

  • gesti, parole e situazioni vengono ripetuti fino a diventare rituali.

Pensatori come Jung, Lévi-Strauss e Campbell hanno costruito diverse interpretazioni di queste immagini e delle loro ricorrenze nelle culture e nelle narrazioni.

Sono strumenti di lettura, non leggi biologiche né istruzioni da applicare a ogni bambino.

Non tutti i bambini immaginano nello stesso modo. Non tutti attribuiscono lo stesso significato a un bosco, a un mostro o a un viaggio. Le immagini acquistano valore dentro la storia personale, culturale e relazionale di chi le crea.

Il compito del conduttore non è inserire a forza archetipi già stabiliti, ma riconoscere le immagini prodotte dai bambini e permettere loro di svilupparsi.

I bambini vedono la magia perché la cercano.

Il teatro offre a quella ricerca un corpo, uno spazio e una relazione.

Che cosa possono dirci davvero le neuroscienze

Durante l’infanzia il sistema nervoso è in pieno sviluppo. Le esperienze, la ripetizione e l’apprendimento partecipano alla costruzione e alla riorganizzazione delle reti cerebrali.

Questo principio generale, però, non permette di affermare che uno specifico gioco teatrale potenzi direttamente una determinata area del cervello.

Le emozioni non appartengono soltanto all’amigdala. La pianificazione non risiede esclusivamente nella corteccia prefrontale. La memoria non coincide semplicemente con l’ippocampo. Ogni attività complessa coinvolge sistemi distribuiti che lavorano insieme.

Anche il riferimento ai neuroni specchio viene spesso usato con troppa facilità. Interpretare un personaggio richiede di osservarne azioni, desideri e relazioni, ma non possiamo concludere che questa attività attivi automaticamente i neuroni specchio e produca empatia.

Alcune ricerche hanno rilevato miglioramenti in determinate capacità dopo percorsi teatrali o attività di recitazione. Altre mostrano risultati più incerti. Molto dipende dall’età, dalla durata, dal metodo adottato, dalla qualità della conduzione e da ciò che viene effettivamente misurato.

Il teatro non produce lo stesso effetto soltanto perché viene chiamato teatro.

Un laboratorio nel quale i bambini eseguono passivamente le indicazioni dell’adulto è molto diverso da un percorso nel quale inventano, scelgono, agiscono, osservano le conseguenze e modificano le proprie proposte.

La pedagogia viene prima dell’etichetta.

Ciò che il teatro mette realmente in azione

Non abbiamo bisogno di immaginare che ogni esercizio accenda una zona precisa del cervello. Possiamo osservare direttamente la complessità delle azioni richieste.

Trasformare simbolicamente

Quando una sciarpa diventa un fiume, il bambino mantiene contemporaneamente due significati: vede l’oggetto reale e agisce secondo la sua funzione immaginaria.

Deve rendere quella trasformazione comprensibile anche agli altri. Non basta affermare che la sciarpa è un fiume: il corpo, lo sguardo e l’azione devono farlo esistere teatralmente.

Il pensiero simbolico diventa concreto.

Costruire una narrazione

Una storia richiede relazioni fra gli eventi.

Qualcuno desidera qualcosa, incontra un ostacolo, compie una scelta e produce una conseguenza. Il bambino deve ricordare ciò che è già accaduto, mantenere la coerenza e immaginare che cosa possa accadere dopo.

Non allena genericamente “il cervello”. Impara a organizzare azioni e significati nel tempo.

Ascoltare e reagire

Durante un’improvvisazione non basta seguire la propria idea. Bisogna osservare gli altri, comprendere che cosa stanno proponendo e lasciare che le loro azioni modifichino le nostre.

Se un compagno trasforma il bosco in un luogo pericoloso, non posso continuare ad attraversarlo come se nulla fosse accaduto.

Il bambino sperimenta concretamente che una relazione richiede attenzione, adattamento e risposta.

Esplorare le emozioni nel “come se”

Il teatro permette di incontrare la paura, la rabbia, la gioia o la perdita dentro una situazione immaginaria.

Il bambino sa che il mostro non è reale, ma la tensione prodotta dal gioco può esserlo. Può avvicinarsi, allontanarsi, chiedere aiuto, affrontarlo oppure trasformarlo.

Questo non garantisce automaticamente una migliore regolazione emotiva. Offre però un’esperienza nella quale l’emozione può essere riconosciuta, espressa e modificata attraverso l’azione.

Usare il corpo nello spazio

Muoversi in scena significa controllare direzione, velocità, distanza, equilibrio, ritmo e relazione con gli altri corpi.

Il bambino scopre che un gesto non comunica soltanto per ciò che vorrebbe esprimere, ma per la forma concreta che assume.

Corpo e pensiero non lavorano separatamente. L’idea deve diventare azione.

Il punto d’incontro

L’immaginario e lo sviluppo si incontrano proprio in questa trasformazione dell’idea in esperienza.

Torniamo alla sciarpa.

Per farla diventare un fiume, il bambino deve immaginare. Per attraversarlo, deve muoversi. Per coinvolgere un compagno, deve comunicare. Per continuare la storia, deve ricordare ciò che è accaduto. Per reagire a un ostacolo, deve modificare il proprio progetto.

Non sta svolgendo cinque esercizi distinti. Sta cercando di attraversare un fiume che non esiste.

È la presenza di un obiettivo teatrale a tenere insieme tutte queste capacità e a dare loro un significato.

Questo è il limite di molte spiegazioni neuroscientifiche applicate all’educazione: dividono in parti ciò che il bambino vive come un’esperienza unitaria.

Il teatro, invece, mette quelle parti al lavoro nello stesso momento.

Le responsabilità del conduttore

Conoscere alcuni aspetti dello sviluppo infantile è utile. Non serve però a trasformare il conduttore in un neurologo o a rivestire ogni esercizio di parole scientifiche.

Serve a compiere scelte pedagogiche più consapevoli.

Il conduttore deve:

  • proporre attività adatte all’età e alle possibilità del gruppo;

  • accogliere il pensiero simbolico senza trattarlo come qualcosa di ingenuo;

  • lasciare ai bambini il tempo di esplorare e ripetere;

  • costruire regole comprensibili e funzionali al gioco;

  • osservare come ogni bambino entra nell’attività, senza obbligarlo a esporsi;

  • riconoscere quando una proposta apre possibilità e quando, invece, produce soltanto confusione;

  • modificare il percorso sulla base di ciò che accade realmente.

Non deve diagnosticare difficoltà neurologiche né promettere risultati terapeutici che non gli competono.

Può osservare che un bambino partecipa più a lungo, usa nuove parole, costruisce una sequenza più complessa, ascolta maggiormente gli altri o utilizza il corpo con maggiore precisione.

Questi sono cambiamenti concreti. Non abbiamo bisogno di tradurli arbitrariamente in presunti cambiamenti cerebrali per riconoscerne il valore.

Un ponte, non una scorciatoia

Le neuroscienze possono ricordarci che pensiero, emozione, corpo e relazione non sono compartimenti separati. Non possono però dirci automaticamente quale esercizio proporre, come guidare un gruppo o che cosa stia imparando un singolo bambino.

Per questo non devono sostituire la pedagogia teatrale.

Il teatro per l’infanzia è un ponte tra immaginario e sviluppo perché trasforma immagini interiori in esperienze concrete: azioni, parole, movimenti, decisioni e relazioni.

Non “scolpisce il cervello” attraverso una formula misteriosa. Offre esperienze ricche e ripetute attraverso le quali il bambino impara.

Ogni apprendimento coinvolge anche il cervello. Ma la qualità dell’apprendimento dipende dalla qualità dell’esperienza, dalla relazione con gli altri e dalla competenza di chi conduce.

Il teatro non ha bisogno di essere travestito da neuroscienza per dimostrare il proprio valore.

Gli basta fare bene ciò che soltanto il teatro può fare: rendere visibile l’immaginazione e trasformarla in un’azione condivisa.

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