Il Teatro come ponte: armonizzare libertà espressiva e richieste didattiche a scuola
- Mirko Rizzi

- 8 lug 2025
- Tempo di lettura: 6 min
Aggiornamento: 12 ago

Nel passaggio da un ciclo scolastico all’altro, per bambini e ragazzi non cambiano soltanto gli insegnanti, le materie o gli spazi. Cambia anche il modo in cui viene chiesto loro di stare a scuola.
Nella scuola dell’infanzia, l’esperienza passa spesso attraverso il gioco, il corpo, l’esplorazione e la scoperta. Nella scuola primaria diventano più esplicite le richieste di attenzione, organizzazione e acquisizione delle competenze. Nella scuola secondaria aumentano l’autonomia, la responsabilità e la capacità di affrontare pensieri astratti.
Questa progressione ha un senso. Il problema nasce quando viene vissuta come una frattura: ciò che prima era considerato iniziativa diventa improvvisamente distrazione; la libertà viene confusa con il disordine; la regola appare come una richiesta di semplice obbedienza.
Non tutti i bambini vivono questi passaggi nello stesso modo. Molto dipende dalle scuole, dagli insegnanti e dalla continuità costruita fra i diversi cicli. Nel mio lavoro, però, incontro spesso bambini e ragazzi disorientati non dalla nuova richiesta in sé, ma dal fatto di non comprenderne il significato.
La domanda non è quindi se scegliere la libertà oppure la disciplina.
Il teatro ci mostra che una libertà senza struttura difficilmente produce una scena, mentre una regola priva di uno scopo creativo produce soltanto esecuzione.
Può diventare un ponte proprio perché insegna che la struttura non deve soffocare la libertà: deve renderla possibile.
La creatività ha un corpo e incontra dei limiti
Spesso il teatro viene associato a una creatività fumosa, puramente mentale, oppure a un “fare finta” privo di regole.
La pratica teatrale seria è molto diversa.
Il teatro è il luogo nel quale la creatività incontra la concretezza. Un concetto a me molto caro lo riassume con chiarezza:
“Creare è un verbo d’azione, non soltanto del pensiero.”
John Dewey parlava di learning by doing: imparare attraverso il fare.
In teatro non basta immaginare una storia, una scena o un personaggio. Bisogna dar loro corpo, voce, ritmo e movimento. Bisogna collocarli in uno spazio, metterli in relazione con altre persone e verificare se ciò che avevamo pensato arriva davvero allo spettatore.
L’idea incontra inevitabilmente un limite: il tempo disponibile, lo spazio, le possibilità del corpo, le azioni degli altri e la comprensione del pubblico.
Il limite non è il contrario della creatività. Le assegna un compito concreto.
Anche la libertà espressiva, quindi, non consiste nel dire genericamente a un bambino: «Fai quello che vuoi». Consiste nel permettergli di cercare una propria risposta all’interno di una situazione, di una regola o di un problema teatrale.
L’attenzione non viene richiesta soltanto perché lo ha deciso l’adulto. Diventa necessaria perché, senza attenzione, l’azione non funziona.
Che cosa richiede realmente un laboratorio teatrale
Anche il laboratorio più semplice mette in gioco alcune capacità fondamentali.
Ascolto e attenzione
Per improvvisare non basta aspettare il proprio turno. Bisogna osservare ciò che l’altro sta facendo, accorgersi dei cambiamenti e lasciare che la sua azione modifichi la nostra.
L’attenzione non riguarda soltanto la concentrazione individuale: è una responsabilità verso il lavoro del gruppo.
Regole, tempi e spazio
Ogni gioco teatrale possiede regole, tempi da rispettare, turni e uno spazio da condividere.
La regola non è un comando arbitrario. Esiste perché il gioco possa funzionare e perché tutti abbiano la possibilità di partecipare.
Quando un bambino ne comprende la funzione, rispettarla non significa semplicemente obbedire all’adulto: significa contribuire alla riuscita di un’azione comune.
Riconoscere e usare le emozioni
Il teatro non chiede di reprimere le emozioni, ma di riconoscerle e trasformarle in materiale espressivo.
Questo non significa lasciare che ogni emozione esploda senza controllo, né obbligare i partecipanti a raccontare la propria intimità. Significa imparare a dare a ciò che si prova una forma comprensibile attraverso il corpo, la voce e l’azione.
Collaborazione e punto di vista
Il teatro è un’arte collettiva. Ogni proposta deve entrare in relazione con quelle degli altri e nessuno può costruire una scena corale ignorando il gruppo.
Interpretare un personaggio invita inoltre a considerare desideri, paure e ragioni diversi dai propri. Non produce automaticamente empatia, ma apre la possibilità di osservare una situazione da più punti di vista.
Verifica e ricerca delle soluzioni
Un’idea può sembrare efficace nella nostra mente e non funzionare affatto quando viene messa in scena.
Bisogna allora provare, osservare, modificare e riprovare. Il teatro rende continuamente visibile la distanza fra intenzione e risultato.
La creatività non viene valutata sulla quantità delle idee, ma sulla capacità di trasformarle in azioni che funzionino.
Queste sono anche molte delle capacità richieste dalla scuola: attenzione, ascolto, rispetto dei tempi, collaborazione, autonomia e capacità di affrontare un problema.
Il teatro, però, non si limita a spiegarne l’importanza. Fa sperimentare concretamente perché siano necessarie.
Accogliere la didattica senza trasformare il teatro in una lezione illustrata
La scuola possiede programmi, obiettivi e richieste precise. È legittimo che un laboratorio teatrale inserito nel percorso scolastico ne tenga conto.
Il problema nasce quando l’obiettivo didattico contiene già il messaggio, la forma e persino la conclusione del lavoro. In quel caso agli studenti non viene chiesto di creare, ma di rappresentare una risposta decisa dagli adulti.
Un argomento di storia, letteratura o educazione civica può diventare un ottimo punto di partenza teatrale. Deve però aprire domande, conflitti e possibilità, non limitarsi a trasformare una pagina del libro in una recita.
Se, per esempio, chiediamo di costruire una scena sul bullismo partendo da una morale già formulata, rischiamo di ottenere personaggi schematici e frasi corrette ma prive di vita.
Se invece domandiamo che cosa accade in un gruppo quando tutti vedono una violenza e nessuno interviene, apriamo uno spazio nel quale gli studenti possono esplorare responsabilità, paure, convenienze e punti di vista differenti.
L’obiettivo educativo rimane, ma non viene consegnato sotto forma di risposta da ripetere. Diventa una domanda da attraversare teatralmente.
Il compito del conduttore e dell’insegnante è stabilire con chiarezza la cornice: il tema, il tempo disponibile, le condizioni di sicurezza e gli eventuali obiettivi didattici. Dentro quella cornice devono però esistere scelte reali affidate agli studenti.
Senza questa possibilità, la libertà espressiva è soltanto dichiarata.
Una continuità possibile fra i diversi cicli scolastici
Costruire continuità non significa ripetere gli stessi esercizi a ogni età. Significa mantenere lo stesso principio pedagogico, aumentando progressivamente la complessità e la responsabilità.
Nella scuola dell’infanzia, il lavoro può partire dal gioco simbolico, dal corpo, dalla trasformazione degli oggetti e da brevi improvvisazioni guidate. Le regole sono semplici, ma già permettono di sperimentare l’ascolto, il turno e la costruzione comune.
Nella scuola primaria, gli esercizi possono diventare più strutturati. Si possono creare storie collettive, esplorare personaggi e utilizzare contenuti scolastici come materiali da trasformare, senza ridurre il teatro alla ripetizione della lezione.
Nella scuola secondaria, si possono affrontare testi e temi più complessi, lavorare sulla drammaturgia, sulla costruzione del personaggio e sulle scelte registiche. Agli adolescenti può essere affidata una responsabilità crescente nella progettazione e nella revisione del lavoro.
Il filo che unisce questi percorsi non è la difficoltà tecnica degli esercizi. È il ruolo assegnato ai partecipanti.
A ogni età, l’allievo non deve essere un semplice esecutore. Deve essere messo nelle condizioni di diventare progressivamente più consapevole e responsabile delle proprie scelte.
Come scrive Peter Brook ne Lo spazio vuoto:
“Posso prendere uno spazio qualunque e chiamarlo palcoscenico. Un uomo attraversa questo spazio mentre un altro lo osserva: questo è tutto ciò che serve perché si verifichi un atto teatrale.”
In questa apparente semplicità sono già presenti gli elementi fondamentali: un’azione, una relazione, uno spazio e qualcuno che osserva.
Libertà e disciplina non sono avversarie
Il teatro non elimina le differenze fra i diversi cicli scolastici e non trasforma la scuola in un laboratorio permanente.
Può però offrire un linguaggio comune: il corpo, l’azione, la relazione, la scelta e la responsabilità.
La libertà espressiva non significa poter fare qualsiasi cosa. Significa avere la possibilità di compiere scelte autentiche e di sostenerne le conseguenze.
Una richiesta didattica non deve decidere anticipatamente ogni passaggio. Deve offrire una direzione e lasciare agli studenti lo spazio necessario per cercare una propria forma.
In teatro la regola acquista senso perché rende possibile l’azione comune. La creatività acquista valore perché accetta di misurarsi con la realtà.
Questo è il ponte: accompagnare bambini e ragazzi verso richieste progressivamente più complesse senza chiedere loro di rinunciare alla propria voce.
La loro idea conta. Ma deve diventare un’azione, entrare in relazione con gli altri e dimostrare di poter vivere sulla scena.




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